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Author: c.salvi

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Sei in: La Nuova Sardegna / Sassari /
La «spending review» della propaganda
Crisi economica, attenzione all’antipolitica, taglio al finanziamento pubblico:
i partiti e i candidati hanno pochi soldi
di Umberto Aime

CAGLIARI. A maledire il «Porcellum» non sono solo gli elettori, ma anche i tipografi.
Senza le preferenze, con le liste bloccate, a saltare per primi sono stati i gloriosi santini:
non si stampano più. Quel mercato, ricco, fantasioso e spregiudicato oggi è alimentato
solo da altre elezioni, Regionali e Comunali. Nella corsa per il Parlamento a investire sono
soprattutto i partiti nazionali, meno il candidato, anche se contribuisce eccome ai costi
della campagna. È inevitabile che sia così. Dopo la stretta al finanziamento pubblico ai
partiti, cassato da un referendum nel 1993, e con l’ultimo taglio del 50 per cento ai rimborsi
elettorali, oggi i grandi schieramenti, a sentir loro, piangono quasi miseria e quelli piccoli
tirano avanti come possono. A rendere i conti ancora più complicati c’è anche lo stato del
Paese, leggi crisi economica e sociale: fare gli spendaccioni sarebbe come dare un calcio
in faccia a chi tira la cinghia. E poi, con la ritrovata questione morale. gli sprechi
alimenterebbero l’antipolitica. «La politica ha un costo. Oggi però il nostro compito è fare in
modo che l’uso dei soldi pubblici sia credibile. La trasparenza è un obbligo», dicono da un
polo all’altro, col Pd che tira per la giacchetta gli avversari: «Pubblicheremo prima del voto
le nostre risorse in chiaro. Speriamo che gli altri facciano altrettanto».
Dunque, quella del 2013 dovrebbe passare alla storia come una campagna sobria, con
poche cene acchiappa-voti, meno spot in tv, scarse inserzioni pubblicitarie e invece
moltissimi «contatti personali». È il ritorno al rito del porta a porta, utile anche per ritrovare
il contatto con gli elettori.
I tesorieri dei partiti si sono adeguati in fretta. Il Pd, sapere Dino Pusceddu, in Sardegna
nel 2008 spese 280 mila euro. «Questa volta – dice – il taglio sarà almeno del 30 per
cento, 80 mila in meno, e sarà così per tutte le regioni». Cinque anni fa, il budget

complessivo del Pd arrivò a sfiorare i 9 milioni, poi raddoppiato con le spesse delle
strutture territoriali, ora non supererà i 6 e mezzo, più altri 5 in conto alla periferia, come
dichiarato da Antonio Misiani, il tesoriere massimo a Roma.
Come rimediare? Nelle casse, qualcosa è rimasto dai 2 euro a testa versati dal popolo
delle primarie a novembre per la scelta del premier e a dicembre per i candidati, ma non
basta: servirà il contributo di chi è in lista. Ma Pusceddu nega che al momento
dell’accettazione, i concorrenti, o almeno quelli più sicuri di essere eletti, abbiano firmato
questa clausola: l’impegno a versare al Pd dai 20 ai 30 mila euro a testa, come tassa
d’ingresso in Parlamento. «Non c’è un contratto – precisa – ma l’impegno di contribuire a
seconda dei livelli (leggi voti) che raggiungeremo a fine febbraio. Lo definirei meglio uno
schema, a obiettivi, auspicabile, ma senza nessun obbligo». Con alcuni correttivi visto che
in rampa di lancio nel Pd ci sono diverse new entry, frutto delle primarie, con ancora
nessun tesoretto da mettere sul piatto della causa comune. Ebbene sì, un parlamentare
che si rispetti il tesoretto deve metterlo da parte durante la legislatura. Un guru
dell’immagine catechizzò così un suo assistito: «Se non vuoi avere problemi ogni mese
dal tuo stipendio di deputato metti in banca mille euro, ti ritorneranno utili per un’altra
campagna elettorale».Molti lo hanno fatto.
Anche nel Pdl? No, se è vero quanto dichiarato da Maurizio Bianconi, tesoriere
nazionale: «Siamo alle strette e c’è di peggio: purtroppo è lunghissima la lista dei
parlamentari che non versano da almeno un anno i loro 800 euro di contributo mensile».
Credere che il partito di Silvio Belusconi sia caduto in povertà è davvero difficile,
soprattutto se le tabelle ricordano quanto ha speso e dichiarato nel 2008: 68 milioni,
un’enormità non molto lontano dal tetto massimo di legge, 96 milioni. Questa volta il
budget sarà molto più basso, e il contributo dei candidati diventerà indispensabile, oltre al
maxi assegno che, a giorni, dovrebbe arrivare dal Cavaliere, come annunciato dal
coordinatore Denis Verdini: «Aspettiamo lo Zio d’America, che dovrebbe essere come
sempre generoso».
Nel frattempo, Mauro Pili, capolista alla Camera, dichiara che di suo «investirà 15-20 mila
euro», per poi aggiungere: «Ma sono uno di quelli che spende meno. Da sempre sono
abituato a girare come una trottola: preferisco il contatto umano». Il Pdl nazionale ha fatto
sapere che i costi previsti per le reclame video sono stati dimezzati: «Puntiamo tutto sul
presenzialismo del Capo».
Gli altri che fanno? Si arrangiano. Sel, a livello nazionale, per garantirsi un minino di
campagna, saranno soprattutto manifesti elettorali sei metri per sei con lo slogan
«Benvenuti a Sinistra», si è fatta anticipare dalle banche un contributo elettorale di 530
mila euro non ancora incassato. Fli annuncia che «sarà una campagna elettorale a costo
zero, non abbiamo un soldo e molto dipenderà dall’autofinanziamento». Fratelli d’Italia se
la caverà con una fideiussione firmata dai fondatori Meloni, Crosetto, La Russa. La Destra
punta sulla vendita via internet del kit dell’elettore, 89 euro per t-shirt, cappellino e spilla.
Sta meglio l’Udc, che ha stanziato 3 milioni in tutta Italia, ma la sforbiciata è stata
comunque secca: un sesto in meno di quanto speso nel 2008. Poi ci sono i banchetti in
giro per le piazze: solo su quelli conta da quando è saltato fuori dalla Rete, il Movimento
Cinque Stelle, che rifiuta a priori il finanziamento pubblico. «Finora la raccolta è andata
più che bene – dice Dafni Ruscetta, portavoce regionale – e alla fine riusciremo a farcela
con le nostre forze, perché il resto, che sono sprechi concessi alla vecchia politica, non ci
interessa nè oggi e nè mai». C’è infine chi ha già messo nel conto che non spenderà più di
5 mila euro: è La Base, è presente solo al Senato, per la stampa di manifesti e l’affitto

delle sale. Altri, come gli attivisti del Quinto Moro, in lista col Psd’Az, hanno trovato un
benefattore nella star dei pubblicitari Gavino Sanna, l’inventore di «Meglio Soru» e poi
direttore artistico di Ugo Cappellacci, che agli amici ha regalato due slogan, intrecciati
con le testate dei quotidiani regionali. Slogan semplici ma incisivi: «È nata la Nuova
Sardegna», il primo, «È nata L’Unione Sarda», l’altro. Poi ci sono i candidati poverelli:
potranno chiedere al partito non più del rimborso benzina, come l’operaio in cassa
integrazione Antonello Pirotto. Ma Rivoluzione civile comunque avrà dalla sua il
contributo di 2 milioni e 200 mila euro dai gruppi fondatori, primo fra tutti l’Idv. «Certo, non
posso essere io a metterci soldi – dice Pirotto – . Dichiaro 18.400 euro lordi l’anno e 600 li
ho già pagati per un camion-vela nel Sulcis. Il resto dipenderà dal buon cuore dei
compagni». Che proprio nel Sulcis, si sa, hanno le tasche vuote da troppo tempo.

31 gennaio 2013


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