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Author: c.salvi

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Sei in: La Nuova Sardegna / Sassari /

Donne in lista ma con cautela:
soltanto una ogni tre candidati
Nell’isola il primato dei numeri va a Scelta Civica con otto su un
totale di diciassette alla Camera, ma le chance d’elezione valgono
soprattutto con Pd, Cinque Stelle e Sel. La maglia nera va al Pdl

di Paolo Merlini
La prima donna candidata al parlamento italiano era sarda, ma a più di un secolo di
distanza le sue discendenti faticano non poco ad accedere alle liste elettorali. Era il 1909,
le donne avrebbero dovuto aspettare sino al 1946 per il diritto di voto, ma a Nuoro spuntò
fuori a sorpresa colei che oggi si direbbe una outsider, esponente di spicco della società
civile: la scrittrice Grazia Deledda, che all’epoca aveva già conquistato la fama
internazionale che nel 1926 l’avrebbe portata al Nobel. Fu candidata da «un gruppo di
intellettuali», come riferiscono le cronache della Nuova Sardegna di allora, in opposizione
al deputato uscente Antonio Are che aveva manifestato apertamente il suo disappunto
verso il voto alle donne, per il quale si batteva un movimento con sempre più adesioni.
Pare che l’ideatore dell’affronto al deputato politicamente misogino fosse il poeta e
avvocato Sebastiano Satta.
La Deledda prese cento voti in tre comuni della Barbagia e non venne eletta. Ma oltre un
secolo dopo come è cambiata la possibilità delle donne sarde di partecipare al governo del
Paese? Non molto, a giudicare dalle liste appena presentate per Camera e Senato, dove
la presenza femminile è inferiore a un terzo del totale, anche se il dato regionale è
abbastanza in linea con quello nazionale. Dei cinquecento candidati per i due rami del

parlamento, suddivisi in poco più di venti liste, appena 154 sono donne, cioè il 29,7%. Un
dato che, scorporato, è appena superiore alla Camera (109 su 337, 32,3%), mentre al
Senato è al 28% (45 su 160). Inoltre sono poche le formazioni politiche in cui le donne
occupano posti di prima fila nelle liste, e dunque sono effettivamente in corsa per un
seggio. Ciò rende la loro partecipazione ancora più simbolica.
In questo senso la maglia nera spetta al Pdl, che alla Camera schiera appena tre donne
su diciassette candidati. Ma per trovare la prima in lista bisogna scorrere l’elenco sino alla
postazione numero 11. E al Senato? Qui il Pdl alle donne non ci pensa neppure: zero
candidate su 8. Lapidaria in proposito Claudia Lombardo, vicecoordinatore del Pdl sardo e
presidente del consiglio regionale: «Come ho spesso detto siamo ostaggio di una classe
politica monosessuata, anziana e autoreferenziale. Riguardo al mio partito il commento
non può che essere negativo. Il problema però è generale, anche se ci sono alcune forze
politiche più interessate al problema rispetto ad altre. Sono convinta che la doppia
preferenza di genere sia lo strumento più idoneo per garantire alle donne una parità di
accesso, non di risultato, alle cariche elettive. Ma ho forti dubbi che venga inclusa nella
prossima legge elettorale». La doppia preferenza di genere in sostanza fissa al 50% la
composizione delle liste in base al sesso e la possibilità di esprimere due preferenze, una
per genere.
Al di là dei luoghi comuni sulla destra “machista”, a parte l’interesse di Berlusconi per le
candidate che per sintesi definiremo provenienti dal mondo dello spettacolo,
effettivamente sono il centrosinistra e la sinistra in genere a riservare maggiore attenzione
al genere femminile. Così nel Pd, anche in virtù dell’esito delle primarie, per la Camera
troviamo un totale di sette donne, tre delle quali collocate per così dire in fascia alta, cioè
con buone possibilità d’elezione se il centrosinistra dovesse vincere le consultazioni del
24-25 febbraio, come molti osservatori ritengono. La situazione purtroppo è rovesciata al
Senato, dove le tre donne candidate sono in coda alla lista (su un totale di otto). Dal Pd a
Sel, dove le donne sono sei alla Camera e due al Senato. Le troviamo in entrambi casi
appena dietro i capilista, e le chance d’elezione sono molto variabili. In ogni caso è stato
adottato un criterio di “alternanza”: a ciascun candidato uomo segue una donna, e via di
seguito. Bassa la presenza femminile nel Movimento Cinque Stelle, ma nei primi tre posti
alla Camera ci sono due donne, e al Senato troviamo ancora una capolista. Anche qui
hanno influito le primarie: le possibilità d’elezione sono elevate.
Nell’isola il premier Mario Monti ha mantenuto le promesse, almeno sulla carta. «Senza
donne il Paese non cresce», aveva detto. E in effetti la lista di Scelta Civica per la Camera
registra il maggior numero di candidate, ben otto. Il problema è che scivolano nella parte
bassa, dunque difficilmente dalla Sardegna verranno fuori deputate montiane. Sul
versante opposto, per la maglia nera concorrono con il Pdl, l’Udc (due candidate), i
Pensionati (una), e la Destra di Storace: quattro alla Camera e due al Senato. Forza
Nuova schiera una capolista e un’altra donna a seguire alla Camera, ma zero al Senato.
Non brilla neppure il fronte autonomista: appena due nel Psd’Az alla Camera e una al
Senato, che diventano quattro e due in Meris, sette e una in Soberania. Infine, Rivoluzione
Civile di Ingroia schiera sei donne alla Camera e tre al Senato.
Ma quante candidate di questi e degli altri schieramenti saranno elette? Poche,
praticamente quante se ne possono contare con le dita di una mano. E se così fosse, a
fronte dei 25 posti della Sardegna in parlamento, le donne elette risulterebbero il 20 per
cento. Non si tratta di un’anomalia sarda, perché è in linea con la presenza femminile nel
parlamento uscente, cioè il 19 per cento. Dovrebbe far riflettere il fatto che questo dato

colloca l’Italia al 54° posto nella classifica mondiale del Word Economic Forum (2011) su
188 nazioni.
Inutile dire come la composizione del parlamento, ma anche dei consigli regionali,
provinciali e comunali (per non parlare delle giunte), non corrisponda affatto al rapporto
donna-uomo nella popolazione, che in Sardegna è, in percentuale, 51 a 49. Qualcosa
comunque si sta muovendo sul fronte nazionale, e a cascata anche nell’isola. In questo
senso le primarie, in particolare nel Pd, hanno determinato una svolta, registrando una
tendenza che d’ora in poi sarà difficile arrestare, ma che si annuncia molto lenta. Il
problema, come si diceva, non è solo quello delle “quote rosa”. «Al di là del numero di
donne presenti nelle liste, è evidente che le concrete possibilità di elezione sono minori»,
dice Luisa Marilotti, Consigliera di Parità alla Regione Sardegna. «Si stacca un po’ il Pd
che a livello nazionale candida 15 donne capolista su 38, ma non in Sardegna». L’ufficio
ha appena commissionato uno studio all’università di Cagliari (autori Sara Frau e Nicola
Tedesco). «I risultati purtroppo – dice Marilotti – non sono incoraggianti. Nel nostro campo
di indagine, cioè le elezioni regionali, si registra come la partecipazione femminile al voto
stia progressivamente calando. È un dato che non si conosceva e che deve far riflettere.
Rispetto agli anni Settanta, all’epoca d’oro del femminismo insomma, quando
nell’elettorato le donne superavano gli uomini, oggi si assiste a un’inversione di
tendenza». Nelle consultazioni regionali del 2009 il differenziale di genere è stato del 2% a
favore degli uomini. Il motivo? «Anche qui probabilmente la scarsa rappresentanza del
proprio sesso. C’è ancora molto da fare», dice Marilotti.

02 febbraio 2013

Sei in: La Nuova Sardegna / Sassari /
MOVIMENTI CIVICI
Alleanza regionale per mettere pressione al potere
CAGLIARI. Il nome è «Alleanza regionale dei movimenti civici» e non pensano di
abbreviarla: non hanno intenzione di trasformarsi in un partito politico, anche se fra gli
iscritti ci sono i circoli «Cinque stelle» di Carbonia e Quartucciu, ma pare che la loro siano
un’adesione da «semplici cittadini». Comunque a far parte della cordata sono una decina
di associazioni, fra le quali «I Commercianti liberi del Sulcis», che da sempre combattono
contro Equitalia, e la Rosa dei venti di Olbia, ma anche giuristi ed economisti che
appartengono alla società civile. «Invece di aspettare un aiuto dall’alto – ha detto la
coordinatrice Carla Cuccu – abbiamo deciso di rimboccarci le maniche e dare vita a una
rete che si occuperà di zona franca, continuità territoriale, riduzione del carico fiscale e
dismissione delle servitù militari».

02 febbraio 2013


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