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TESTO VII RAPPORTO DI PREVISIONE Prof.Baldassarri .pdf


Original filename: TESTO VII RAPPORTO DI PREVISIONE Prof.Baldassarri.pdf
Author: Meri

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________________________________________________________________________________

11 LUGLIO 2013

VII° RAPPORTO SULL’ECONOMIA ITALIANA
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Analisi e Prospettive
2014-2018
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Executive Summary
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Indice del Rapporto

Parte Prima
Tre Premesse:
Due Crisi (Europa ed Italia) ed un Mistero

Parte Seconda
Il Mistero della Finanza Pubblica Italiana:
+ Tasse – Spesa = 3° Debito Pubblico del Mondo?

Parte Terza

Le previsioni per l’economia italiana
2014-2018
ROMA, Palazzo Baldassini - Istituto Luigi Sturzo, Via delle Coppelle 35

2

Executive Summary
In questo VII Rapporto sull’Economia Italiana le previsioni tendenziali e le proposte di
politica economica per il periodo 2014-2018 (presentate nella Parte Terza) sono precedute
da tre premesse (Parte Prima) ed un approfondimento di metodo (Parte Seconda).

A - Le tre premesse
1.- Non c’è una crisi dell’economia mondiale,
c’è una crisi dell’economia europea.
In prospettiva, due sono gli aspetti determinanti dei quali tenere conto.
1.1 - Dai dati storici e, soprattutto, dalle previsioni per i prossimi anni emerge che,
comunque, la crescita mondiale continuerà ad essere sostenuta, ma sarà “strutturalmente”
più contenuta di quanto sperimentato nel decennio passato.
In questo contesto l’economia americana, seppure crescendo a tassi inferiori a quelli del resto
del mondo, si è comunque mantenuta ben sopra alla crescita europea, continuando però ad
indebitarsi oltre misura verso il resto del mondo.
Sul piano mondiale quindi rischia di arrivare all’epilogo quello schema che abbiano
introdotto già nel lontano 2007 (primo anno di attività del nostro Centro Studi) basato su una
“formica cinese”, una “cicala americana” ed una “bella addormentata” europea che, già
allora, indicammo come “non sostenibile” nel lungo periodo e che ha portato alla
formazione, prima, ed alla esplosione, poi, della imponente bolla finanziaria deflagrata a
partire dalla fine del 2008.
1.2 - Le tre maggiori economie del Mondo (Usa-Cina-Europa) non possono
contemporaneamente basare le loro potenzialità di crescita su un modello trainato dalle loro
esportazioni (export-led-model). Queste aree insieme rappresentano quasi l’80% del
commercio e del Pil mondiali e quindi….a chi esportano? E’ evidente che la Cina deve
gestire una transizione basando la sua crescita futura su maggiore domanda interna e migliori
standard di vita degli stessi cinesi; gli Stati Uniti devono riequilibrare il loro eccessivo
deficit e debito verso il resto del mondo abbandonando l’illusione che questo possa essere
ottenuto semplicemente svalutando il dollaro; l’Europa deve rivedere le proprie basi
istituzionali e rilanciare la propria domanda interna indirizzandola verso gli investimenti
materiali ed immateriali accelerando ed approfondendo il processo di integrazione europea
verso gli Stati Uniti d’Europa.
In questo senso occorre una nuova governance nell’economia mondiale che preluda a nuove
istituzioni internazionali ed ad un nuovo accordo globale del tipo Bretton Woods.

3

2.- Dentro la crisi europea, c’è una crisi italiana
Da venti anni (ed anche nelle proiezioni oltre il 2020) l’economia italiana cresce
“strutturalmente” meno della media europea, che a sua volta cresce meno degli Stati Uniti e
del resto del mondo. Occorre pertanto chiedersi quali siano le cause strutturali che hanno
portato l’economia italiana alla crescita zero ed ora sottozero. Certamente tutte le politiche
strutturali cosiddette “supply side” sono necessarie ed urgenti. Occorre anche però la
consapevolezza che, da un lato, tali riforme producono effetti soltanto nell’arco di cinque o
dieci anni e, dall’altro lato, la fase di profonda recessione che stiamo sperimentando assume i
connotati di una crisi “da domanda”.
3.- Dentro la crisi italiana c’è il Mistero della Finanza Pubblica
In questo quadro di specifica crisi italiana, ci siamo chiesti ancora una volta quali siano gli
effetti delle politiche di bilancio pubblico (livelli e composizione di spesa ed entrate)
sull’economia reale, al di là ed oltre a quelli prodotti dai saldi finanziari in termini di deficit e
debito pubblico.
Appare qui ciò che, negli anni passati, abbiamo chiamato “il Mistero della Finanza Pubblica
Italiana”.
L’approfondimento di metodo riguarda una analisi sulla realtà contabile e di politica
economica degli ultimi anni dalla quale emerge “il Mistero” e cioè come mai dopo decenni
di annunci di aumenti di tasse e tagli di spesa ci ritroviamo con un deficit che non va mai a
zero e comunque con il terzo debito pubblico del mondo, che ha sfondato il livello di 2.000
miliardi di euro e veleggia oltre il 130% del Pil?
E’ da questa analisi che emerge quel circolo perverso che, attraverso il bilancio pubblico,
produce un effetto a garrota sull’economia reale portandola prima alla crescita zero ed ora a
quella sottozero. Infatti, gli aumenti di tasse sono sempre stati veri, i tagli di spesa sono
sempre stati finti perché riferiti ai valori tendenziali futuri ed hanno di fatto implicato
continui aumenti storici della spesa. Pertanto deficit e debito sono sempre stati fuori
controllo ed, a parità di deficit e di debito pubblico, la crescita e l’occupazione sono scivolate
più o meno lentamente verso lo zero ed il sottozero.
Su questa analisi abbiamo posto il perno della nostra proposta strutturale di politica
economica. L’introduzione cioè di un metodo che non rappresenta però una semplice
tecnicalità contabile ma una precisa scelta politica volta ad introdurre una radicale riforma
strutturale: le politiche di bilancio pubblico sul fronte della spesa devono essere riferite ai
dati storici veri degli anni precedenti e non ai valori tendenziali futuri assunti da valutazioni
ed ipotesi arbitrarie e poco trasparenti provenienti dal Ministero dell’Economia che poggia
tutte le sue azioni sulle stime tendenziali della Ragioneria Generale dello Stato.

4

B - Le previsioni per l’economia italiana 2014-2018 ed oltre
I dati ufficiali che sono stati presi a riferimento di questo rapporto sono quelli del
Documento di Economia e Finanza del 10 aprile di quest’anno predisposto dal governo
Monti ed indicanti soltanto i valori tendenziali a legislazione vigente. Infatti le decisioni di
politica economica spettano ora al governo Letta che ha l’impegno di presentare una Nota di
Aggiornamento del DEF che dovrà includere le linee di politica economica ed i loro effetti
sull’economia attraverso la modifica degli andamenti meramente “tendenziali”. Questo
nostro Rapporto verrà pertanto integrato da ulteriori valutazioni, laddove tale Nota di
Aggiornamento del DEF dovesse essere disponibile prima della sua presentazione.
Sulla base di questi “dati tendenziali” e proiettando le previsioni oltre il periodo considerato
nel DEF di aprile, ipotizzando che il tasso di crescita dopo il 2017 continui ad attestarsi
all’1,4% all’anno ed a parità di condizioni demografiche e di popolazione emerge quanto
segue:
1.- Il Pil italiano tornerebbe al livello pre-crisi del 2007 nel 2020;
2.- Il Pil pro-capite tornerebbe al livello del 2007 nel 2022;
3.- Il tasso di disoccupazione del 2007 verrebbe raggiunto nel 2022;
4.- Il deficit pubblico non andrebbe mai a zero;
5.- il Debito pubblico tornerebbe attorno al 110% del Pil nel 2018.
Prendendo a riferimento i dati del DEF, abbiamo prodotto una previsione BASETENDENZIALE attraverso il modello econometrico della Oxford Economics.
Da queste nostre proiezioni tendenziali messe a confronto con i dati del DEF emerge invece
un quadro di recupero dell’economia italiana ancor più lontano nel tempo. Infatti:
1.- Il Pil del 2007 verrebbe raggiunto soltanto nel 2022;
2.- il Pil pro-capite tornerebbe al livello del 2007 nel 2024/25;
3.- il tasso di disoccupazione del 2007 verrebbe raggiunto soltanto nel 2025;
4.- Il deficit pubblico non andrebbe mai a zero e sarebbe ben superiore a quanto
indicato nel DEF di aprile scorso;
5.- Il rapporto Debito/Pil sarebbe ancora superiore al 125% nel 2018.
Le previsioni econometriche, come ben noto, non servono semplicemente e
semplicisticamente ad “indovinare” i numeri degli anni futuri. Questi esercizi infatti sono
utili solo per avere dei quadri complessivi di coerenza e di sostenibilità delle previsioni
stesse.
Ecco perché abbiamo fatto precedere le nostre valutazioni di previsione e proposta da queste
indicazioni di lungo periodo.

5

Emerge infatti una domanda che va al di là di qualunque numeretto e chiama alla risposta
concreta la responsabilità della politica e della politica economica.
La domanda di fondo è:
- possono l’economia italiana e gli italiani (famiglie, imprese, giovani, donne, anziani)
“aspettare” gli anni venti di questo secolo per tornare alle condizioni in cui erano nel
2007, avendo nel frattempo perso circa quindici anni di trend di crescita?
- possono l’economia italiana e gli italiani vedersi prospettare una specie di “gioco
dell’oca” nel quale si torna alla casella di partenza (l’anno 2007) 15 anni dopo?
Chi aveva 25-35 anni nel 2007, ne avrà 40-50 nel 2022.
Chi aveva 35-45 anni nel 2007, ne avrà 50-60 nel 2022.
In questo caso significherebbe aver tolto ogni prospettiva positiva, dignitosa ed accettabile
ad una intera generazione di italiani.
Al di là dei “numeretti” quindi, questa prospettiva appare socialmente, oltre che
economicamente e finanziariamente, insostenibile.
Se guardiamo ad un orizzonte più breve dobbiamo considerare che dal 2007 ad oggi il Pil
italiano si è ridotto dell’8% e la disoccupazione è raddoppiata dal milione e mezzo di
disoccupati del 2007 agli oltre tre milioni di oggi. Da qui a fine anno è probabile che avremo
40/50.000 imprese in meno e circa 400.000 disoccupati in più.
Le proiezioni di lungo termine e le prospettive a breve debbono pertanto indurre tutti, e
ciascuno nelle proprie responsabilità, alla necessità di interventi strutturali urgenti ed in parte
“fuori tempo massimo” per disegnare almeno dei binari certi lungo i quali prospettare un
percorso dell’economia italiana che possa credibilmente “accorciare” i tempi di quel
recupero dei dati di reddito e di occupazione che, lasciati a meri andamenti tendenziali, si
protrarrebbero verso gli avanzati anni venti di questo secolo.
Il fulcro della nostra proposta di politica economica sono i tagli mirati a specifiche voci di
spesa corrente con l’introduzione di un metodo (ZBB-zero base budgeting), applicato da
decenni in quasi tutte le economie avanzate dell’occidente. Si tratta cioè di assegnare a tutte
le pubbliche amministrazioni un budget di spesa basato sui valori storici del 2012 e
mantenere fisso questo budget nei prossimi anni. In questo senso, man mano che si rendono
disponibili risorse derivanti da questi risparmi di spesa, si tratta di usarle per ridurre
progressivamente la pressione fiscale sul lavoro, sulle famiglie e sulle imprese e per
aumentare gli investimenti pubblici, materiali ed immateriali.
Come si vede, non esiste una bacchetta magica per “trovare” risorse in poche settimane o
mesi. Esiste invece il “coraggio delle scelte” che inchiodino i binari di un “percorso
virtuoso” che avvii concretamente crescita, occupazione e maggiore equità sociale,
abbandonando finalmente quel “percorso vizioso” che di anno in anno durante gli ultimi

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venti anni ci ha condotto a strozzare l’economia reale, dentro l’imbuto della più grave e più
lunga recessione che l’Italia abbia mai sperimentato dal dopoguerra ad oggi.
Ebbene, i risultati di questa manovra di politica economica possono essere così sintetizzati:
1.- Il Pil tornerebbe al livello del 2007 nel 2018;
2.- Il Pil pro-capite tornerebbe al 2007 nel 2020;
3.- Il tasso di disoccupazione tornerebbe al 2007 nel 2019;
4.- Il deficit pubblico non andrebbe a zero, ma sarebbe comunque sempre inferiore al
3% del Pil;
5.- Il rapporto Debito/Pil scenderebbe sotto il 120% già nel 2017.

Come si vede quindi, non si tratta di proporre soluzioni miracolistiche che in pochi mesi ci
tirino fuori dal lungo tunnel della crisi. Si tratta invece di assumere decisioni che indichino
un percorso sostenibile negli anni con obiettivi credibili e realizzabili anno dopo anno in un
ragionevole ed accettabile arco di tempo.
L’alternativa “tendenziale” appare chiaramente insostenibile sotto tutti i punti di vista,
sociale, economico, finanziario.
Alternative miracolistiche di tagli di spesa e tagli di tasse da realizzare in qualche mese
appaiono impraticabili e pericolose sul fronte della credibilità interna ed internazionale.
Sta di fatto però che i tempi delle decisioni sono ormai strettissimi e senza una prospettiva
credibile, entro il prossimo autunno, si rischia una dirompente crisi sociale ed economica che
si assocerebbe ad una perdita di credibilità altrettanto dirompente sui mercati finanziari
internazionali.
Nella Parte Terza relativa alle Previsioni per l’Economia Italiana 2014-2018 presentiamo i
dati analitici delle simulazioni, sia in relazione ai dati DEF di aprile, sia alla previsione
BASE -TENDENZIALE da noi prodotta attraverso il modello Oxford Economics, sia infine
i risultati della proposta di manovra di politica economica del nostro Centro Studi Economia
Reale.

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VII° RAPPORTO
SULL’ECONOMIA ITALIANA
Analisi e Prospettive
2014-2018

11 luglio 2013

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Parte Prima

Tre Premesse:
Due Crisi (Europa ed Italia) ed un Mistero

Indice

1.- Crisi Mondiale? No, crisi europea…
2.- Dentro la crisi europea, c’è la crisi italiana
3.- Dentro la crisi italiana c’è il Mistero della Finanza Pubblica

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1.- Crisi Mondiale? No, crisi europea…
Da tanti anni si discute della crisi dell’economia mondiale.
Certamente, l’economia globale ha vissuto e vive pesanti squilibri reali e finanziari.
Gli squilibri reali si sintetizzano nell’eccesso di consumo americano e nell’eccesso di
risparmio cinese. Ed anche se le due entità si bilanciassero tra loro, questo non indicherebbe
una condizione di equilibrio. Infatti, da parte americana si accumula debito e da parte cinese
si accumula credito. Evidentemente questa condizione non può protrarsi all’infinito.
Gli squilibri finanziari poggiano quindi sulla necessità di “finanziare” tali squilibri reali, con
per di più il rischio che si formino bolle speculative che possano nascere da qualche parte nel
mondo e poi propagarsi nel resto del pianeta. E’ evidente che se tali bolle nascono in paesi
che pesano molto nell’economia mondiale la loro propagazione può diventare deflagrante in
altre parti del mondo.
Questo è quanto abbiamo tutti sperimentato in questi anni.
Ciò detto però, in termini di tassi di crescita di lungo periodo, i dati non indicano una “crisi
mondiale”. In realtà, si evidenzia una crisi delle economie occidentali a fronte della quale si
pone un ritmo di crescita sostenuto in quasi tutti gli altri continenti, con in testa l’Asia e la
Cina.
Come si vede dal seguente grafico, il PIL Mondiale è cresciuto sempre di più di quanto
avvenuto in USA ed in Europa. Gli Stati Uniti d’America hanno però sempre fatto meglio
dell’Unione Europea e dell’Area-Euro.
Quella che emerge come dato strutturale è una “crisi europea” che, se proiettiamo i dati verso
fine decennio sulla base delle previsioni del Fondo Monetario Internazionale, implica un
intero ventennio di crescita frenata e modesta dell’Europa a confronto con il resto del
mondo.

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2.- Dentro la crisi europea, c’è la crisi italiana
Dentro la crisi europea appare ancor più strutturale ed evidente la crisi di crescita
dell’economia italiana. Dal 2000 al 2013 siamo sempre stati sotto la crescita media
dell’Unione Europea e dell’Area Euro. Secondo i profili tendenziali dei prossimi cinque anni
tale condizione si conferma e si rafforza, vedi grafico successivo.

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TASSI DI CRESCITA

2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017
2018

USA

ITALIA

4,1
1,1
1,8
2,5
3,5
3,1
2,7
1,9
-0,3
-3,1
2,4
1,8
2,2
1,9
3,0
3,6
3,4
3,3
2,9

3,9
1,7
0,5
0,1
1,4
0,8
2,1
1,4
-1,3
-5,1
1
0,4
-2,4
-1,8
0,4
1,2
1,3
1,3
1,4

EURO
AREA
3,8
2,0
0,9
0,7
2,2
1,7
3,2
3,0
0,4
-4,4
2,0
1,4
-0,6
-0,3
1,1
1,4
1,6
1,6
1,6

EU

WGDP

4,0
2,3
1,4
1,6
2,6
2,3
3,6
3,4
0,5
-4,2
2,0
1,6
-0,2
0,0
1,3
1,7
1,8
1,9
2,0

4,8
2,3
2,9
3,7
5,0
4,6
5,3
5,4
2,8
-0,6
5,2
4,0
3,2
3,3
4,0
4,4
4,5
4,5
4,5

12

3.- Dentro la crisi italiana c’è il Mistero della Finanza Pubblica
I dati storici degli ultimi due decenni mostrano come l’economia italiana abbia ridotto le
proprie potenzialità di crescita che si sono via via affievolite fino alla crescita zero e, dal
2007 ad oggi, ad una crescita “sottozero”, con una forte riduzione del prodotto interno lordo
del -8% e un raddoppio del numero dei disoccupati da 1,5 milioni nel 2007 agli oltre 3
milioni di quest’anno.
Certamente e non senza ragione si potrebbe dire che le precedenti fasi di crescita erano state
alimentate da dirompenti deficit e debito pubblici.
Dopo la grave crisi della lira del 1992 e, soprattutto, dopo l’ingresso nell’euro, l’Italia ha
però formalmente dovuto seguire linee di rigore nella finanza pubblica e politiche
economiche cosiddette di austerità. Ed in questi ultimi venti anni sono sempre stati
annunciati aumenti di tasse e tagli di spesa pubblica.
Il Mistero allora è come mai ci ritroviamo tutt’oggi con il terzo debito pubblico del Mondo
che ha superato i 2.000 miliardi di euro e viaggia ad oltre il 130% del Pil?
Senza fare chiarezza su questo Mistero è ben difficile capire quali politiche economiche
siano necessarie per avviare sul serio (non con parole ed annunci ai quali non seguono
comportamenti coerenti o comunque efficaci) l’economia italiana in un percorso, seppur
faticoso, di ripresa della crescita e dell’occupazione.
Per queste ragioni, abbiamo ritenuto necessario, prima di presentare il nostro Rapporto di
Previsione sull’Economia Italiana per gli anni 2014-2018, riprodurre nella successiva Parte
Seconda le nostre valutazioni su quello che abbiamo chiamato il Mistero della Finanza
Pubblica Italiana. Ed è proprio su queste analisi dei dati “storici” che abbiamo poi poggiato
la nostra proposta di politica economica che deve rappresentare una riforma strutturale di
metodo con l’introduzione anche in Italia di un criterio di tipo ZBB, cioè quello zero-basebudgeting, che è applicato da decenni in tutti i maggiori paesi occidentali.
Come si vedrà infatti nella parte successiva, continuare a proporre come “tagli di spesa”
decisioni che intendono incidere sui valori “tendenziali e futuribili” degli anni futuri significa
di fatto continuare ad aumentare la spesa ed essere via via costretti ad aumentare le tasse per
correre, in gran parte vanamente, dietro il deficit ed il debito pubblico.

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Parte Seconda

Il Mistero della Finanza Pubblica Italiana
+ TASSE – SPESA =
3° DEBITO PUBBICO DEL MONDO?
Indice

1.- Sessant’anni di finanza pubblica italiana:
venti anni di saggezza, venti anni di dissennatezza, venti anni di “mistero”
2.- Dati “tendenziali” e numeri “veri”: dov’è il mistero?
3.- La verità sui conti pubblici dal 2001 al 2012:
chi e di quanto ha aumentato tasse e spesa pubblica negli ultimi undici anni
4.- I numeri del DEF del 10 aprile 2013: i conti pubblici “tendenziali” 2013-2017
5.- Non di soli saldi finanziari vive l’economia e la finanza pubblica
6.-Ed allora, Basta Tolomeo, viva Copernico

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1.- Sessant’anni di finanza pubblica italiana: venti anni di saggezza,
venti anni di dissennatezza, venti anni di “mistero”
Nel 1952, il sussidiario della prima elementare recitava: “l’Italia è un paese prevalentemente
agricolo, infatti il 54% della popolazione è dedito all’agricoltura”.
Nel 1972, l’Italia era la settima potenza industriale del mondo, la disoccupazione era ai
minimi storici ed il benessere si era diffuso a gran parte della popolazione.
In quei venti anni, il Bilancio Pubblico è stato pressoché sempre in “Avanzo di Parte
Corrente” (il totale delle entrate copriva il totale delle spese correnti ed in parte finanziava
gli investimenti).
Pertanto i deficit di quegli anni ed il debito pubblico accumulato fino al 1971 erano
esclusivamente dovuti agli investimenti pubblici. Per di più solo in parte, visto che questi
ultimi venivano anche autofinanziati dal risparmio pubblico generato dall’Avanzo Corrente
del bilancio.
Nei venti anni successivi (1972-1992) il bilancio pubblico ha avuto pressoché costantemente
un “Deficit di Parte Corrente” (il totale delle entrate non bastava più neanche a coprire il
totale delle spese correnti), con un deficit totale crescente ed un debito pubblico dirompente.
Nel 1992 esplose una pesante crisi che investì la lira e ci collocò vicini ad un tracollo
finanziario senza ritorno. Svanì quindi l’illusione che con spesa pubblica dilagante, deficit e
debito fuori controllo si potesse ottenere crescita economica e giustizia sociale.
Nei due decenni successivi (soprattutto dopo l’ingresso dell’Italia nell’euro) ha cominciato
faticosamente a diffondersi la consapevolezza che senza equilibrio finanziario e rigore nei
conti pubblici non è possibile neanche immaginare una solida prospettiva di crescita
economica e di equità sociale.

15

2.- Dati “tendenziali” e numeri “veri”: dov’è il mistero?
I dati storici relativi a questi ultimi venti anni (1992-2012), mostrano che la maggiore
attenzione all’equilibrio finanziario è stata espressa con aumenti di entrate e tagli di
investimenti pubblici che sono andati a finanziare un continuo aumento della spesa pubblica
corrente e, solo in parte modesta, hanno contribuito a contenere il deficit pubblico. E
pertanto continua e dirompente è sempre stata la crescita della spesa corrente e del Debito
Pubblico.
Qui si colloca il vero e proprio "Mistero della Finanza Pubblica Italiana", cioè una
semplice equazione che non sta “aritmeticamente” in piedi:
+ TASSE – SPESA = 3° DEBITO PUBBLICO DEL MONDO?
Per venti anni, infatti, sono stati annunciati, ogni anno, tagli di spesa ed aumenti di
entrate. Il Mistero è allora come mai si è sempre accumulato Debito Pubblico fino
a sfondare i 2.000 miliardi di euro in valore assoluto e ad arrivare al 130% del Pil?
Questo “mistero aritmetico” è spiegato da un meccanismo nascosto e perverso, secondo il
quale i tagli alla spesa corrente vengono riferiti ai valori "tendenziali" degli anni futuri,
nascondendo pertanto il fatto reale che “in apparenza” si tagliano i valori “tendenziali” degli
anni a venire, mentre “di fatto” si decide di aumentare comunque la spesa corrente rispetto
all'anno precedente. Facciamo un esempio banale. Una spesa di 100 euro fatta
effettivamente nello scorso anno viene stimata crescere a 130 per il "tendenziale" dell'anno
successivo. Su questo "tendenziale" si propone un taglio di 20 euro, si aprono aspre contese
e contrasti ma, di fatto, si decide di "aumentare e non ridurre" la spesa tra un anno e l'altro,
appunto da 100 euro a 110, "dopo il taglio". In questo senso appare esserci stata una
pressoché assoluta continuità negli ultimi due decenni, nonostante si siano succeduti governi
di centrodestra, di centrosinistra e, nell’ultimo anno, un governo “tecnico” con ampia
maggioranza trasversale.
Per una valutazione su dati "veri" e recenti ci riferiamo qui a tutti i documenti di finanza
pubblica disponibili nel sito-web del Ministero dell’Economia e che sono stati ufficialmente
varati a partire dal marzo 2008, Relazione Unificata sull'Economia e la Finanza Pubblica

16

(RUEF) del Governo Padoa-Schioppa-Prodi, per passare ai diversi DPEF e DEF dei Governi
Tremonti-Berlusconi e finire con l'ultimo Documento di Economia e Finanza (DEF) varato
nello scorso mese di aprile dal Governo Grilli-Monti.
Se i dati riportati nelle successive tabelle per le maggiori voci di entrata e di spesa del
Bilancio Pubblico si leggono "in verticale" si potrà notare che, documento dopo
documento, nei vari anni vengono “ridotte" le spese, mentre le entrate aumentano di molto
nelle previsioni e di meno a seguito del freno alla crescita economica ed il deficit viene
contenuto solo parzialmente. Ma questi tagli di spesa sono sempre riferiti ai dati
"tendenziali" degli anni futuri. Questi “tagli” cioè sono riferiti ai precedenti documenti di
finanza pubblica ma non ai precedenti anni dello stesso documento, dove invece appaiono
chiaramente gli aumenti effettivi di spesa.
Se, al contrario e più correttamente, i dati vengono letti "in orizzontale”… si spiega il
mistero: in ogni documento i tagli "tendenziali" sugli anni futuri in realtà esprimono aumenti
storici di spesa tra un anno e l'altro. Pertanto la continua crescita delle entrate va solo in
parte a contenere il deficit e in larghissima parte va a coprire aumenti di spesa corrente con,
per di più, riduzioni di investimenti pubblici.

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18

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20

21

22

3.- La verità sui conti pubblici dal 2001 al 2012: chi e di quanto ha
aumentato tasse e spesa pubblica negli ultimi undici anni?
Sulle tasse e sulla spesa pubblica se ne dicono e se ne sentono di tutti i colori, però i dati
“veri” ed ufficiali sono quelli del Ministero dell’Economia e delle Finanze, disponibili su
www.mef.it.
Facciamo allora parlare questi numeri.
Nel 2000 il totale delle Entrate Pubbliche (cioè il totale delle tasse che cittadini, famiglie e
imprese effettivamente pagano di anno in anno) è stato di 536 miliardi di euro, nel 2012 è
stato pari a 764 miliardi, con un aumento di 228 miliardi di euro. Nello stesso periodo il
Totale della Spesa pubblica è passato da 536 a 805 miliardi di euro, un aumento di 274
miliardi ben superiore all’aumento delle tasse!!! Conclusione: negli ultimi dodici anni,
l’imponente aumento delle entrate pubbliche non è bastato a correre dietro al ben più
imponente aumento delle spese. Di conseguenza, il Debito Pubblico totale, che era pari a
1.300 miliardi di euro nel 2000, ha superato i 2.000 miliardi nel 2012. E come un boomerang
perverso, la spesa per interessi è balzata l’anno scorso ad 85 miliardi di euro e tenderà verso i
100 miliardi nel prossimo triennio, sempreché lo spread continui a scendere e si attesti
almeno sotto i 250 punti base. Nessun governo quindi è riuscito a frenare o meglio a tagliare
gli sprechi, le malversazioni e le ruberie nascoste dentro la spesa pubblica, né tantomeno a
fare una vera ed efficace lotta all’evasione. Ecco allora che il confronto politico, più che su
demagogiche promesse/proposte di riduzioni delle tasse, deve riferirsi a quali e quante spese
tagliare e quali strumenti concreti mettere in campo per far pagare gli evasori e ridurre le
tasse ai tartassati. Senza questo non avremo mai le risorse per sostenere la crescita e
l’occupazione, né tantomeno per realizzare una vera equità sociale.
Ma visto che i numeri parlano, vediamo a chi “loro stessi” attribuiscono la responsabilità di
quei 228 miliardi di tasse in più, tenendo conto che in economia gli effetti seguono di almeno
un anno le decisioni.
Il centro destra di Berlusconi-Tremonti (dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2011) ha aumentato
le tasse di 156 miliardi (corrispondenti, nella media degli otto anni di governo, a 20 miliardi
all’anno). Il centrosinistra di Prodi-PadoaSchioppa (dal 2006 al 2008) le ha aumentate di 52

23

miliardi (corrispondenti, nella media dei due anni di governo, a 26 miliardi). Nell’anno di
Governo Monti si è avuto un aumento di 20 miliardi. Certo, anche quest’ultimo è stato un
aumento importante e doloroso per molti e soprattutto per i tartassati, ma questo va
confrontato con la gravità della situazione italiana dell’autunno del 2011 e soprattutto con gli
aumenti di tasse poderosi dei dieci anni precedenti, a fronte dei quali la dilagante spesa
pubblica e la perdurante evasione fiscale ci hanno condotto a quella tragica settimana nella
quale sono state in gioco le sorti finali del paese Italia.
In quello stesso periodo la Spesa Pubblica è passata da 536 a 805 miliardi, con un aumento
di quasi 270 miliardi, tutto dovuto ad aumenti di Spesa Corrente. Le Spese in Conto Capitale
sono invece rimaste pressoché ferme al livello nominale del 2000. All’interno di queste
ultime, le spese per infrastrutture hanno avuto un raddoppio nel triennio 2001-2003 passando
da circa 30 a poco meno di 60 miliardi all’anno, per poi subire un taglio del 50% nel 2005,
mantenendosi attorno ai 30 miliardi fino al 2011.
Ma a chi “questi numeri” ufficiali attribuiscono il totale di aumento delle spese correnti?
Negli otto anni di governo Berlusconi-Tremonti, la spesa corrente è aumentata di 206
miliardi di euro (a fronte di un aumento delle tasse di 156 miliardi); nei due anni di governo
Prodi-PadoaSchioppa l’aumento è stato di 60 miliardi (a fronte di un aumento di tasse di 52
miliardi) e nell’anno di governo Monti la spesa corrente è aumentata di 8 miliardi (a fronte di
un aumento di tasse di 20 miliardi). Come si vede quindi dai numeri, tutti i governi hanno
aumentato spesa corrente e tasse. Con delle differenze però: il governo Berlusconi-Tremonti,
ha aumentato le tasse più di tutti ed ha aumentato ancor di più la spesa corrente; il governo
Prodi-PadoaSchioppa ha aumentato spesa corrente e tasse quasi dello stesso ammontare; il
governo Monti nel 2012 ha contenuto la spesa corrente con un aumento di soli 8 miliardi ed
ha aumentato il totale delle entrate di 20 miliardi.
E’ evidente che troppe cicale si sono succedute nell’ultimo decennio, con un cicalone che ha
governato per otto anni. La forte caduta del reddito e dell’occupazione che stiamo tutti
soffrendo non si è prodotta, quindi, in un anno ma, purtroppo per tutti, è il risultato di oltre
dieci anni di mancate riforme strutturali ed orchestrine che continuavano a suonare la stessa
musica a bordo del Titanic-Italia dicendo che “tutto va ben madama la marchesa”.

24

C’è chi dice che tutto questo è una menzogna, una mascalzonata, una congiura nazionale ed
internazionale. Ma se congiura c’è stata questa risale quanto meno al 2008, quando quel
governo Berlusconi-Tremonti, con una larga maggioranza parlamentare, ha aumentato la
spesa pubblica corrente, ha tagliato del 50% gli investimenti in infrastrutture ed ha
aumentato le tasse, non facendo nulla sul fronte delle liberalizzazioni e su una concreta lotta
all’evasione, limitata all’inasprimento di molte azioni di vessazione verso i tartassati. E dopo
tre anni di frottole sulla “finanza pubblica già messa al sicuro” e su “l’Italia è uscita dalla
crisi meglio di Francia e Germania”, quella congiura ha avuto il suo epilogo con i due
raffazzonati decreti del giugno-agosto 2011. Ma questa, più che una congiura è stato un
“harakiri” che ha portato all’emergenza del governo Monti.
Si valuti allora la credibilità di affermazioni e proposte, da qualunque parte esse provengano,
con

la “verità dei numeri” del Ministero dell’Economia e delle Finanze, risultanti da

documenti ufficiali firmati dai vari Presidenti del Consiglio e Ministri dell’Economia che si
sono succeduti in questi anni.

25
TOTALE ENTRATE PUBBLICHE

TOTALE SPESA SPESA PUBBLICA TOTALE SPESA CORRENTE

ANNO 2000

536

536

485

ANNO 2012

764

805

759

AUMENTO 2012 RISPETTO A 2000

228

269

274

MILIARDI DI EURO

VALORE
ASSOLUTO

MEDIA
PER ANNO

VALORE
ASSOLUTO

MEDIA
PER ANNO

VALORE
ASSOLUTO

MEDIA
PER ANNO

8 ANNI DI GOVERNO BERLUSCONI/TREMONTI
(2001-2006; 2008-2011)

156

20,0

233

29

206

26

2 ANNI DI GOVERNO PRODI/PADOA-SCHIOPPA
(2006-2008)

52

26

29

14,5

60

30

1 ANNO DI GOVERNO MONTI
(2011-2012)

20

20

7

7

8

8

228

21

269

24

274

24,9

AUMENTO TOTALE DAL 2001 AL 2012 (come sopra)

FONTE: MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, DPEF E DEF, ANNI 2001-2012, www.mef.it

26

4.- I numeri del DEF del 10 aprile 2013:
i conti pubblici “tendenziali” 2013-2017
Prendiamo ora, come riferimento più specifico ed attuale, l’ultimo DEF varato dal Governo
Grilli-Monti il 10 aprile 2013. Nel totale delle 800 pagine del Documento di Economia e
Finanza, basta prendere la tavola che riporta il Conto Economico delle Amministrazioni
Pubbliche dal 2012 (dati veri e storici) al 2017 (dati “tendenziali”). Si tratta della tavola che
il DEF 2013 riporta a Pag. 18 del Volume II – Analisi e Tendenze della Finanza Pubblica,
consultabile da chiunque presso il sito web del MEF.
Come si vede dalla tavola seguente il totale delle entrate (tutte le tasse pagate dagli italiani) è
previsto “aumentare” di 99 miliardi di euro rispetto al 2012 raggiungendo un livello di 852
miliardi di euro nel 2017. Ebbene, questo ulteriore aumento di entrate solo per un terzo andrà
a ridurre il deficit pubblico, che infatti è previsto scendere dai 48 miliardi di euro del 2012 ai
18 miliardi del 2017, senza mai effettivamente raggiungere nei prossimi cinque anni il
pareggio di bilancio. Ma allora gli “altri” 69 miliardi di maggiori tasse a cosa serviranno?
Semplice: a finanziare ulteriori aumenti di spesa pubblica, con per di più un aumento di
spesa corrente di +75 miliardi ed una riduzione di spesa in conto capitale pari a -5 miliardi.
Inoltre, in quei numeri del DEF sta scritto che l’aumento di spesa corrente è dovuto per +23
miliardi alle spese per interessi e per +52 miliardi a tutte le altre spese correnti. La spesa per
interessi stimata per i prossimi cinque anni è valutata sulla base di una ipotesi che lo spread
con i titoli tedeschi si collochi e permanga al di sotto dei 250 punti base. Ecco allora che in
questa positiva evoluzione dello spread, le spese per interessi “aumenteranno” rispetto al
2012 e non diminuiranno come già pensa qualcuno che parla, senza alcun fondamento, di un
possibile “tesoretto” che potrebbe provenire da un ulteriore riduzione dello spread.
Correttamente, il governo Monti ed il Ministro Grilli hanno riferito questi dati nel DEF ad
andamenti tendenziali a legislazione vigente. Infatti, essendo un governo dimissionario, non
potevano indicare precise scelte di politica economica che possono portare ad andamenti
diversi, sia delle spese che delle entrate. L’unica decisione presa è infatti stata quella di
rendere permanente il gettito dell’IMU anche oltre il 2015.
Il Parlamento ha approvato “questo” DEF, impegnando però il Governo Letta a predisporre
una Nota di Aggiornamento che dovrà includere le decisioni di politica economica che
intende assumere. Sarà pertanto fondamentale verificare in quale modo le decisioni del
Governo Letta andranno a modificare sostanzialmente e strutturalmente i dati di questo DEF

27

e quindi le considerazioni qui svolte su quegli stessi dati che, come detto in precedenza, non
modificano la “struttura” delle politiche economiche adottate nei due decenni precedenti.
Occorrerà pertanto valutare se l’equazione (-Spesa+Tasse=+Debito) del Mistero indicato nei
paragrafi precedenti, verrà finalmente abbandonata oppure confermata.
Proprio per capire meglio queste decisiva responsabilità, occorre capire cosa indicano gli
andamenti “tendenziali” espressi dal Governo Monti.
Sul fronte dell’economia “reale” quei numeri dicono che, a parità di condizioni e con la lenta
ripresa prevista a partire dal 2014, il Pil del 2007 verrebbe recuperato nel 2020 ed il livello di
disoccupazione del 2007 verrebbe recuperato nel 2021.
Sul fronte della finanza pubblica quei numeri dicono che i circa 100 miliardi di tasse in più
previsti da qui al 2017 soltanto per un terzo servirebbero a contenere il deficit pubblico,
mentre per due terzi servirebbero a finanziarie aumenti di spesa, con maggiore spesa corrente
e minori investimenti pubblici.
Ecco allora che la Nota di Aggiornamento del DEF che dovrà fare il Governo Letta dovrà
essere “letta e valutata” proprio in base a quanto ed a come si vogliono modificare quegli
andamenti “tendenziali” cercando di ottenere più crescita e più occupazione….prima del
2020/22, e cercando di incidere sui livelli di spesa pubblica e di tasse capaci di attivare più
sviluppo, più investimenti, più occupazione e magari riportando in equilibrio il bilancio
pubblico e piegando verso il basso il profilo del debito pubblico.

28

DEF- Documento di Economia e Finanza - 10 Aprile 2013
ANNI

2012

2013

2014

2015

2016

2017

VARIAZIONI
2017/2012

Entrate totali

753

765

787

808

830

852

99

Spesa totale

801

811

815

837

853

870

69

Spesa corrente
Spesa Interessi
Spesa corrente
al netto di
interessi

753
87

755
84

770
90

791
98

810
104

828
109

75
23

667

671

679

693

706

718

52

Spesa c/capitale

48

55

45

46

43

43

-5

Deficit pubblico

-48

-45

-29

-29

-23

-18

30

Rapporto
DEBITO/PIL

127

130

129

126

121

117

-10

29

5.- Non di soli saldi finanziari vive l’economia e la finanza pubblica
Sappiamo bene allora che con più tasse, più spesa corrente e meno investimenti, l'effetto
sull' economia reale, come verificato da tutte le manovre fatte in questi anni, è stato sempre
quello di frenare la crescita, ridurre l'occupazione, non raggiungere mai il deficit zero e
vedere sempre accrescere il debito pubblico (vedi tabelle precedenti).
In queste condizioni, sarebbero sempre più scarse e difficili le opportunità per i giovani,
maggiori le difficoltà per le famiglie, più forti i vincoli per le piccole e medie imprese.
In sintesi: questi sarebbero gli effetti di una "non-politica economica" rivolta
soltanto a contenere i saldi di bilancio, indipendentemente dal "come" tali saldi
vengono ottenuti, cioè se con maggiori tasse o minori spese, se con maggiore spesa
corrente e minori investimenti
Ma “….non di soli saldi finanziari vive l'economia".
Ad ogni livello del saldo finanziario corrispondono infatti una molteplicità di possibili
percorsi di crescita economica. Lo dimostrano chiaramente oltre cinquant' anni di teoria
economica e oltre venti di analisi empiriche.1
Tutto questo è chiaramente evidente nei dati "storici" presentati in precedenza in relazione
agli andamenti del deficit e del debito pubblico, dei tassi di crescita del PIL e degli
andamenti sempre "storici" delle diverse componenti del bilancio pubblico.
Questi dati storici sono il corpo del reato. Ma chi è l'assassino?
Anche questo appare chiaro dai dati ripartiti nelle diverse amministrazioni e nelle diverse
voci economiche e funzionali dei bilanci. Centrale appare essere la riforma fiscale fatta
all'inizio degli anni settanta e l'istituzione delle regioni. Da quel momento infatti la
responsabilità delle tasse è stata concentrata per oltre 1'85% nello Governo Centrale, mentre
il potere decisionale di spendere è stato decentrato agli enti locali, soprattutto alle regioni,
che quindi si sono trovati nella responsabilità di raccogliere direttamente meno del 15% delle
tasse totali potendo spendere oltre il 50% della spesa totale.
Si è trattato di fatto di una licenza a spendere senza la responsabilità di tassare.
Tale condizione si è in parte modificata nel corso degli ultimi anni. Di fatto, però, abbiamo
1

Cfr. Mario Baldassarri, Government Expenditure, Inflation and Growth, Ph.D. Thesis, MIT, Boston 1978 e Spesa Pubblica,
Inflazione e Crescita, Il Mulino, Bologna 1979; Mario Baldassarri e Francesco Busato, How to Reach Full Employment in
Europe, Palgrave-Macmillan, London 2005 e Europa Svegliati, Sperling&Kupfer, Milano 2005; Mario Baldassarri e Pasquale
Capretta, The World Economy Toward Global Disequilibrium, Palgrave.Macmillan, London 2007 e L’Economia Mondiale verso
lo Squilibrio Globale, Sperling&Kupfer, Milano 2007

30

"stretto molto" su ministeri centrali e comuni, lasciando per qualche aspetto dilagare la spesa
delle regioni, soprattutto nel comparto della sanità che di fatto impegna oltre l' 80% dei
bilanci regionali.
Occorre allora chiedersi se il federalismo fiscale così come si sta attuando "aiuta a
catturare l'assassino". In altri termini, se potrà essere efficace nell'intaccare il binomio
"licenza di spendere senza responsabilità di tassare".
Stando a quanto si è visto finora la risposta è NO!
Basta considerare che con il decreto delegato sul federalismo municipale è aumentata la
dipendenza dei Comuni dai trasferimenti dello Stato e si costringono di fatto gli stessi
comuni ad aumentare l'imposizione a livello locale. E con il decreto sul federalismo
regionale si perpetua, soprattutto sul versante della spesa sanitaria, il meccanismo che ci ha
condotto alla situazione odierna di quasi dissesto in molte regioni. Infatti i costi "standard"
che avrebbero dovuto essere il perno per l'efficienza sono stati assunti come la media dei
costi "storici" del 2010, proprio questi sono i costi che, negli ultimi anni, hanno avuto i
maggiori aumenti con le minori giustificazioni in termini di qualità e quantità dei servizi.
Ancora una volta, il tema di fondo è: esiste una alternativa di politica economica al pensiero
dominante del "rigore finto ed apparente accompagnato da sviluppo asfittico ed
insoddisfacente"?
La risposta è SI!
È possibile avere una politica che ci dia "più sviluppo a parità di deficit" e alla fine “più
sviluppo e meno deficit”. Si può salvaguardare l'equilibrio finanziario, anzi conseguire
risultati anche migliori in questa direzione, e allo stesso tempo garantire più sviluppo e più
occupazione al Paese.
Ecco allora che la “giusta equazione” da realizzare è: meno spesa corrente, meno tasse, più
investimenti, con deficit zero e minore debito.
Pertanto, una politica di rigore e di sviluppo può e deve essere attuata, ovviamente incidendo
sulle troppe sacche di rendita incardinate in specifiche ipernote voci di spesa corrente, sulle
quali forse più di mezzo milioni di italiani prosperano scaricando tutti gli oneri sui restanti
56 milioni di cittadini, soprattutto giovani, donne e persone in maggiori difficoltà di lavoro e
di reddito.

31

6.-Ed allora, Basta Tolomeo, viva Copernico
Lo scorso anno la Corte dei Conti ha detto: “dentro” gli 800 miliardi di euro di spesa
pubblica ci sono 60 miliardi di “corruzione”, “dentro” i 750 miliardi di euro di tasse
“mancano” 120 miliardi di “evasione”. Totale, tra corruzione ed evasione, 180 miliardi di
euro, cioè l’11,5% rispetto ai 1.566 miliardi di Pil del 2012.
In parallelo ed indipendentemente, quattro economisti (Ardizzi, Petraglia, Piacenza e Turati)
hanno pubblicato per la serie Temi di Discussione, n.864, della Banca d’Italia, uno studio nel
quale stimano le dimensioni dell’economia sommersa (quella cioè fatta per evitare di pagare
tasse e contributi) e dell’economia illegale (quella cioè che oltre a non pagare tasse e
contributi è totalmente fuori legge, prostituzione e droga incluse). Nella media degli anni
2005-2008, l’economia sommersa risulta pari al 16,5% del Pil, quella illegale pari ad un
aggiuntivo 11%. Sempre rispetto al Pil del 2012, si tratterebbe di circa 260 miliardi di euro
per la prima e di 172 miliardi per la seconda. Totale 432 miliardi, il 30% del Pil.
Questi “numeri” sono asettiche analisi di un Organo Costituzionale della Repubblica Italiana
e contributi scientifici di coraggiosi studiosi e pertanto vanno relegati ad un dibattito tra
“tecnici ed esperti”? O al contrario toccano la carne viva della società italiana, ancor di più di
fronte alla recessione in atto, a ventuno milioni di famiglie in difficoltà, a circa sei milioni di
senza lavoro, in gran parte giovani e donne, a circa altre cinquantamila piccole e medie
imprese che rischiano di chiudere bottega entro sei mesi?
Qui sta il paradosso dell’economia, della società e della politica italiane.
Da un lato abbiamo i bisogni della gente (famiglie e imprese in testa), dall’altro lato abbiamo
le risorse per produrre e crescere e quindi per soddisfare al meglio quei bisogni, che non
sono solo economico-sociali ma anche e soprattutto bisogni di avere “un progetto di vita”
per milioni e milioni di cittadini.
Il cuneo profondo che impedisce di usare al meglio le risorse che abbiamo, sostenendo una
crescita della produzione e dell’occupazione che consentirebbe di soddisfare al meglio i
bisogni di tutti, è rappresentato da “quei numeri”! E a difendere strenuamente e con mille
subdole scuse quel cuneo profondo sono impegnate le tante cosche mafiose e non, le tante
aree grigie tra economia e politica, le tante connivenze trasversali e diffuse che fanno

32

“sguazzare” oltre un milione di italiani, che godono di quei numeri, a danno degli altri 56
milioni di cittadini, con oltre 20 milioni di contribuenti onesti.
Ecco perché “questi numeri” non possono essere silenziati e relegati a questioni da dibattere
tra tecnici o da limitare ad estroverse esternazioni di un organo costituzionale dello Stato.
La politica e l’intera classe dirigente è chiamata a rispondere a quei numeri. Non con slogan
buonisti pieni di pie intenzioni, non con le trafile dei quant’altristi, non con troppi si…ma, né
tantomeno negando la realtà di quei numeri o nascondendo la drammaticità delle condizioni
economiche e sociali della gente, come fatto fin qui per troppi anni.
L’economia, la società, l’equilibrio tra le generazioni e tra i territori si reggono solo e
contestualmente su tre gambe: Rigore finanziario, Crescita economica, Equità sociale. O
queste tre gambe stanno contestualmente insieme, oppure nessuna delle tre può stare in piedi.
Qui si pone la “madre” di tutte le questioni.
Partiamo dal sacrosanto obiettivo del rigore finanziario che deve mirare ad azzerare il deficit
ed a piegare verso il basso il debito pubblico il più rapidamente possibile.
Nel 2012 abbiamo avuto 801 miliardi di spesa pubblica, 753 miliardi di entrate e quindi 48
miliardi di deficit che si sono aggiunti al debito esistente a fine 2011. Rispetto al Pil
rappresentano rispettivamente quasi il 51% la spesa totale, quasi il 47% le entrate totali e
circa il 3% il deficit.
Come direbbe anche il vecchio Catalano, per azzerare il deficit possiamo o aumentare le
tasse a 801 miliardi, oppure tagliare la spesa a 753 miliardi, oppure ancora qualunque
combinazione tra le due azioni.
Ebbene, come detto in precedenza, nel Documento di Economia e Finanza del 10 aprile
scorso, sta scritto che tra il 2012 ed il 2017 (anno in cui comunque continueremo ad avere un
deficit pubblico di 18 miliardi di euro) le tasse aumentano di circa 100 miliardi, dei quali 30
serviranno a ridurre il deficit e circa 70 serviranno a finanziare ulteriori aumenti di spesa
pubblica, con + 75 miliardi di spesa corrente e -5 miliardi di investimenti pubblici.
Questo significa due cose precise.
La prima è che l’effetto freno sulla crescita economica rischia di ripetere la scena degli scorsi
anni del cane che si morde la coda e cioè che la minore crescita allontani e non avvicini

33

l’obiettivo del pareggio di bilancio, introducendo per di più crescenti iniquità sociali. Ma
detto così sembrerebbe solo un errore di politica economica.
La seconda e più grave cosa precisa è che si tratterebbe di perseguire apparentemente il
rigore finanziario lasciando che “quei numeri” rimangano nel bilancio pubblico,
nell’economia e nella società italiane da qui all’eternità. Cioè, senza “toccare” i 60 miliardi
di corruzione che stanno ogni anno dentro la spesa pubblica ed i 120 miliardi di evasione che
mancano ogni anno dentro le entrate.
E questo sarebbe economicamente impraticabile, socialmente insostenibile e politicamente
irresponsabile.
Sono anni, forse decenni, che voci isolate tentano di ragionare e far capire quei numeri.
La necessità di una severa lotta all’evasione poggiata su rigorosi incroci di banche dati e
conflitto di interessi con deduzioni da dare alle famiglie ed ai cittadini era alla base del
Programma di Riforma della Amministrazione Finanziaria, atto presentato in Parlamento nel
1978 dall’allora ministro delle Finanze Franco Maria Malfatti, trentaquattro anni fa.
La Spending Review la cominciò il prof. Nino Andreatta, quando fu ministro del Tesoro nel
1981, trentuno anni fa.
L’Italia è in recessione, le difficoltà delle famiglie e delle imprese crescono di giorno in
giorno, le tensioni sociali aumentano. Non c’è più tempo per i giri di valzer mascherati da
“approfondimenti di analisi”, in attesa di chissà che cosa di salvifico possa accadere fuori
dall’Italia, con le processioni a Bruxelles per chiedere deroghe ai patti europei. Al contrario
qualcosa di nuvoloso si prospetta in Europa ed anche i segnali di rallentamento della crescita
mondiale guidato dalla frenata cinese non lasciano presagire molto di buono.
Ecco perché occorre smetterla con i troppi Tolomeo degli ultimi anni e finalmente
navigare con le carte di Copernico. Occorre cioè una rivoluzione copernicana della
politica e della società italiane.
E non è forse questo che la gente si aspetterebbe dalla politica, forse anche per tornare a
capire e “sentire” che senza la Polis non c’è democrazia? Occorre capire bene che la gente è
sempre più tentata di rifugiarsi nella protesta perché quella protesta propone radici vere e
profonde. Il problema è che la protesta non prospetta soluzioni, salvo quella del
dissolvimento e del disfacimento putrido dell’intero quadro politico, economico e sociale del

34

paese. E’ capitato con la Lega tanti anni fa, sembrava capitasse con IDV e SEL fino a pochi
mesi fa, ora capita con Grillo ed il Movimento Cinque Stelle.
Senza risposte forti, sagge, tempestive i risultati delle ultime elezioni politiche non sarebbero
però che un piccolo campanello d’allarme.
Infatti, non è difficile pensare quale situazione si potrebbe prospettare entro la fine dell’anno
con un’economia che è scesa del -8% rispetto al 2007, del -2,4% nel 2012 e quest’anno va
giù di un altro -1,7%; che da 1.500.000 disoccupati del 2007 va al doppio (oltre i 3.000.000)
a fine anno, con 400.000 disoccupati in più e 50.000 imprese in meno da qui a dicembre.
Quasi per paradosso, avremmo invece motivi veri per essere ottimisti perché tutto, o quasi, è
nelle nostre mani, nelle nostre decisioni. I numeri citati all’inizio che bloccano la crescita e
soffocano i bisogni della gente (corruzione ed evasione), noi italiani li abbiamo più degli
altri….quindi, se li aggrediamo, abbiamo più risorse degli altri paesi per uscire dalla nostra
crisi, per fare cioè sia rigore, sia crescita, sia equità e dare un contributo solido per costruire
gli Stati Uniti d’Europa e la nuova Governance Mondiale.
L’unica risorsa scarsa e limitata che abbiamo è il “tempo per decidere”.

35

Parte Terza

Le previsioni per l’economia italiana
2014-2018

Indice

1.- Il coraggio delle scelte: occorre passare tra Scilla e Cariddi
2.- Previsione tendenziale e proposta di politica economica
2.1- I dati tendenziali del DEF 10 Aprile 2013e
la BaseTendenziale del modello Oxford Economics
2.2- La proposta di Economia Reale:
dal Mistero della Finanza Pubblica italiana
all’applicazione dello ZBB sulla spesa corrente

36

1.- Il coraggio delle scelte: occorre passare tra Scilla e Cariddi
Dal 2007 al 2013 il PIL italiano è sceso del -8%. Nel 2007 i disoccupati erano 1.506.000, a
fine anno saranno oltre 3 milioni, più del doppio. Da qui a fine anno avremo altre 40/50.000
aziende che chiuderanno bottega, di conseguenza avremo almeno 300/400.000 disoccupati
in più rispetto ad oggi.
Rischiamo quindi di trovarci di fronte ad una tenaglia drammatica: da un lato, la
insostenibile condizione di decine di migliaia di piccole e medie imprese, di milioni di
famiglie, di giovani, di donne e di anziani e, dall’altro lato, titoli di Stato sulle montagne
russe dei mercati finanziari.
E’ rispetto a queste prospettive che la politica deve assumere le proprie responsabilità.
Dobbiamo cioè fare quei compiti a casa che avremmo dovuto fare negli scorsi “anni e
decenni” e che oggi abbiamo solo “giorni e settimane” per farli sul serio e bene.
Per evitare quella tragica tenaglia sociale-economica-finanziaria occorre quindi una strategia
anch’essa a tenaglia che ristrutturi il “Conto Economico” e lo “Stato Patrimoniale”
dell’Azienda Italia, che ha i suoi conti dissestati, nel Bilancio Pubblico (dove la Spesa supera
il 50% del Pil, con una pressione fiscale che gli corre affannosamente dietro e vola verso il
47% ) e nel Debito Pubblico (con più di 2.000 miliardi di euro dobbiamo pagare 100 miliardi
all’anno di interessi, 140 se lo spread non dovesse stabilmente scendere sotto i 200 punti
base).
Tre nodi sono assolutamente ineludibili: dentro gli 805 miliardi di euro di spesa pubblica ci
sono 60 miliardi di sprechi, malversazioni, corruzione; dentro i 760 miliardi di tasse
“mancano” 120 miliardi di evasione; con un debito pubblico oltre i 2.000 miliardi ci
autocondanniamo per decenni a pagare tra 100 e 140 miliardi di euro di interessi.
E’ immaginabile che l’Italia possa riprendere a crescere e a creare occupazione senza
“toccare” questi tre nodi?
Innanzitutto vanno smascherate due “ipocrisie”.
 La prima ipocrisia riguarda i cosiddetti “costi della politica”. Certamente, si deve
ridurre lo stipendio e le prebende dei parlamentari e si può ridurne il numero del 50%.
Così facendo si ottengono “risparmi” per circa 700 milioni all’anno. E’ evidente però

37

che questo è solo un segnale, un esempio da dare, ma l’importo di questi risparmi è
macroscopicamente irrilevante rispetto ai 60 miliardi di euro delle ruberie nascoste
dentro specifiche voci di spesa pubblica a tutti i livelli. Questi 60 miliardi sono i “veri
costi della Politica”.
 La seconda ipocrisia sta nei debiti non pagati dalle Pubbliche Amministrazioni alle
imprese (almeno 90 miliardi) che strozzano sul piano della liquidità l’intera economia
italiana. Alcuni soloni e pseudo esperti hanno sempre detto che pagare questi debiti
avrebbe determinato un salto all’insù delle statistiche ufficiali del Debito Pubblico con
effetti dirompenti sui mercati finanziari. E’ noto invece che i mercati di tutto il mondo
“conoscono” perfettamente quei numeri e pertanto li hanno da tempo incorporati nei
loro “spread”. Ecco perché, siamo comunque penalizzati dagli spread e, non pagando,
penalizziamo le imprese, cioè “cornuti e mazziati”. Ecco allora che occorre un piano
di emissioni di BTP per 30 miliardi all’anno per tre anni e con questo ripagare subito i
crediti delle imprese, senza indugi procedurali e burocratici che sembrano avvolgere
anche il recente parziale decreto paga debiti.

In concreto, occorre varare quattro provvedimenti strutturali.
 Il primo vero intervento strutturale deve mirare alla ristrutturazione dello “Stato
Patrimoniale”. Si tratta di dismettere circa 400 miliardi di euro di assets non strategici
oggi in capo allo Stato, alle Regioni e agli Enti Locali. Ma pensare di vendere tutto e
subito è pura follia. Qui sta il nodo del problema: per vendere il patrimonio senza
svenderlo occorrono dieci/quindici anni; il nostro Debito Pubblico va però abbattuto in
non più di tre anni. E’ possibile colmare questo gap? L'operazione che lo consente può
prevedere la costituzione di un Fondo Immobiliare Italia al quale trasferire, per legge,
gli assets da valorizzare. Questo Fondo di diritto privato può poi ricorrere al mercato
con l'emissione di titoli obbligazionari con warrant. L'emissione dei titoli
obbligazionari avverrà in base ai valori attuali degli assets acquisiti e questi, data la
garanzia reale dei beni immobili sottostanti, potranno conseguire un eccellente rating,
anche una tripla A. Per di più le prospettive di maggiore valore futuro rendono molto

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appetibile l’opzione di conversione delle obbligazioni in azioni del Fondo. Le risorse
finanziarie così ottenute sono da destinare, per legge, all'abbattimento del Debito
Pubblico.
Altri tre interventi devono mirare a riforme strutturali sul “Conto Economico” dell’azienda
Italia: due “scambi politici” sul fronte spesa/tasse ed una proposta di concreta lotta
all’evasione.
 Il primo scambio politico riguarda le famiglie ed è: meno sprechi, malversazioni,
ruberie tagliando la spesa per acquisti di beni e servizi a fronte di meno tasse alle
famiglie con una deduzione per i membri della famiglia (es. figli e nonni a carico). La
voce acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione è esplosa negli ultimi
anni. Lo dicono chiaramente i dati ufficiali. Si potrebbe applicare a questa voce lo
“zero-base-budgeting”, dando a tutte le amministrazioni un budget vincolante bloccato
alla spesa storica del 2012, evitando di pagare a piè di lista oppure facendo finta di
fare tagli sui valori tendenziali futuri come si è fatto fino a oggi. Si tratta quindi di
procedere subito sulla strada timidamente iniziata sulla base del rapporto Bondi e
andare subito al “redde rationem”.
Si dovrebbe inoltre rendere obbligatoria la prescrizione medica “per dosi” e non “per
confezioni”. La distribuzione dei farmaci dovrà pertanto essere organizzata come negli
Usa, in Inghilterra ed tanti altri paesi con confezioni monodose o maxiconfezioni per
farmacia. In Italia ci sono 21 milioni di famiglie, ognuna butta via una volta l’anno
“almeno” 200 euro di scatole di medicinali aperte e non usate, questo determina uno
spreco di circa 4,2 miliardi di euro all’anno. Anche questi risparmi sono destinabili al
Fondo per la riduzione dell’Irpef alle famiglie.
Ecco allora che ci potrebbero essere circa 20 miliardi di possibili risparmi di spesa
crescenti nel tempo che potrebbero andare a ridurre l’Irpef dei lavoratori e delle
famiglie per almeno 15 miliardi di euro.

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 Il secondo scambio politico riguarda le imprese e consiste nella riduzione e
trasformazione di tutti i fondi perduti in crediti di imposta. Basta usare subito i dati e
le analisi noti da decenni ed emersi anche nel più recente rapporto Giavazzi. Si tratta
di 20 miliardi di risparmi che potrebbero andare a ridurre (a fine periodo quasi
azzerare) l’Irap delle imprese.
 Da questi provvedimenti di minore spesa e minore tasse, potrebbero inoltre derivare
risorse per aumentare gli investimenti pubblici per circa 5 miliardi di euro all’anno.
 L’ultimo intervento deve introdurre un “conflitto di interessi” come concreta lotta
all’evasione. Ciò consiste nella possibilità data alle famiglie di dedurre dal reddito
imponibile ai fini IRPEF (fino a un tetto massimo di 3.000 euro l'anno?) le spese per la
casa, la famiglia e la cura dei figli e degli anziani.
Questa è in concreto “nuova politica” che va contro quel milione di italiani che sguazzano da
decenni negli sprechi e nelle ruberie della spesa pubblica e nei comodi rifugi dell’evasione
fiscale, ma è a favore degli altri 56 milioni di italiani onesti che lavorano tutti i giorni,
faticano ad arrivare a fine mese e, nelle prossime settimane, rischiano di non sapere neanche
come cominciare il mese.
Questo è lo stretto percorso tra lo Scilla delle ruberie dentro la spesa pubblica ed il Cariddi
dell’evasione fiscale. Solo passando questo “stretto” potremo avere le risorse per fare
crescita, giustizia sociale, rigore finanziario a colpi di fatti concreti e non di titoli generici di
capitoli di politica economica lasciati per anni ed anni con troppe pagine bianche.

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2.- Previsione tendenziale e proposta di politica economica
2.1- I dati tendenziali del DEF 10 Aprile 2013 e
la Base Tendenziale del modello Oxford Economics
I dati ufficiali che sono stati presi a riferimento di questo rapporto sono quelli del
Documento di Economia e Finanza del 10 aprile di quest’anno predisposto dal governo
Monti ed indicanti soltanto i valori tendenziali a legislazione vigente. Infatti le decisioni di
politica economica spettano ora al governo Letta che ha l’impegno di presentare una Nota di
Aggiornamento del DEF che dovrà includere le linee di politica economica ed i loro effetti
sull’economia attraverso la modifica degli andamenti meramente “tendenziali”.
Sulla base di questi “dati tendenziali” e proiettando le previsioni oltre il periodo considerato
nel DEF di aprile, ipotizzando che il tasso di crescita dopo il 2017 continui ad attestarsi
all’1,4% all’anno ed a parità di condizioni demografiche e di popolazione emerge quanto
segue:
1.- Il Pil italiano tornerebbe al livello pre-crisi del 2007 nel 2020;
2.- Il Pil pro-capite tornerebbe al livello del 2007 nel 2022;
3.- Il tasso di disoccupazione del 2007 verrebbe raggiunto nel 2022;
4.- Il deficit pubblico non andrebbe mai a zero;
5.- Il Debito pubblico tornerebbe attorno al 110% del Pil nel 2018.
Prendendo a riferimento i dati del DEF, abbiamo prodotto una previsione BASE
TENDENZIALE attraverso il modello econometrico della Oxford Economics.
Da queste nostre proiezioni tendenziali messe a confronto con i dati del DEF emerge
purtroppo un quadro di recupero dell’economia italiana ancor più lontano nel tempo rispetto
allo stesso DEF.
Infatti:
1.- Il Pil del 2007 verrebbe raggiunto soltanto nel 2022;
2.- Il Pil pro-capite tornerebbe al livello del 2007 nel 2024/25;
3.- Il tasso di disoccupazione del 2007 verrebbe raggiunto soltanto nel 2025;
4.- Il deficit pubblico non andrebbe mai a zero e sarebbe ben superiore a quanto
indicato nel DEF;
5.- Il rapporto Debito/Pil sarebbe ancora superiore al 125% nel 2018.
Nei grafici che seguono abbiamo presentato questi risultati.

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2.2- La proposta di Economia Reale:
dal Mistero della Finanza Pubblica italiana
all’applicazione dello ZBB sulla spesa corrente
Le previsioni econometriche, come ben noto, non servono semplicemente e
semplicisticamente ad “indovinare” i numeri degli anni futuri. Questi esercizi infatti sono
utili solo per avere dei quadri complessivi di coerenza e di sostenibilità delle previsioni
stesse.
Ecco perché abbiamo fatto precedere le nostre valutazioni di previsione e proposta da queste
indicazioni di lungo periodo.
Emerge infatti una domanda che va al di là di qualunque numeretto e chiama alla risposta
concreta la responsabilità della politica e della politica economica.
La domanda di fondo è:
- possono l’economia italiana e gli italiani (famiglie, imprese, giovani, donne, anziani)
“aspettare” gli anni venti di questo secolo per tornare alle condizioni in cui erano nel
2007, avendo nel frattempo perso circa quindici anni di trend di crescita?
- possono l’economia italiana e gli italiani vedersi prospettare una specie di “gioco
dell’oca” nel quale si torna alla casella di partenza (l’anno 2007) 15 anni dopo?
Chi aveva 25-35 anni nel 2007, ne avrà 40-50 nel 2022.
Chi aveva 35-45 anni nel 2007, ne avrà 50-60 nel 2022.
In questo caso significherebbe aver tolto ogni prospettiva positiva, dignitosa ed accettabile
ad una intera generazione di italiani.
Al di là dei “numeretti” quindi, questa prospettiva appare socialmente, oltre che
economicamente e finanziariamente, insostenibile.
Se guardiamo ad un orizzonte più breve dobbiamo considerare che dal 2007 ad oggi il Pil
italiano si è ridotto dell’8% e la disoccupazione è raddoppiata dal milione e mezzo di
disoccupati del 2007 agli oltre tre milioni di oggi. Da qui a fine anno è probabile che avremo
40/50.000 imprese in meno e circa 400.000 disoccupati in più.
Le proiezioni di lungo termine e le prospettive a breve debbono pertanto indurre tutti, e
ciascuno nelle proprie responsabilità, alla necessità di interventi strutturali urgenti ed in parte
“fuori tempo massimo” per disegnare almeno dei binari certi lungo i quali prospettare un
percorso dell’economia italiana che possa credibilmente “accorciare” i tempi di quel
recupero dei dati di reddito e di occupazione che, lasciati a meri andamenti tendenziali, si
protrarrebbero verso gli avanzati anni venti di questo secolo.

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Nel precedente paragrafo 1, Il Coraggio delle Scelte, abbiamo analiticamente presentato i
singoli elementi della manovra di politica economica che il nostro Centro Studi intende
proporre al dibattito in corso nel paese in termini di riforme strutturali mirate concretamente
alla ripresa della produzione e dell’occupazione per indicare una percorso credibile di uscita
dal lungo tunnel della crisi economica e sociale nel quale è tuttora immersa l’economia e la
società italiane.
Al fine di valutare e quantificare gli effetti della nostra proposta di politica economica, la
“manovra” è stata tradotta in un esercizio econometrico attraverso il modello Oxford
Economics. Come noto i modelli econometrici riferiti a singole economie nazionali si
articolano in centinaia di equazioni di comportamento, vincoli di bilancio e condizioni
“esogene” che riguardano gli andamenti dei maggiori parametri dell’economia mondiale ed
in parte anche quelli dell’economia europea, anche se ormai integrata dalle realtà
economico-finanziaria e dalle regole comuni con ogni singolo stato che compone l’unione
Europea e, soprattutto, l’Area Euro. Nell’ambito di queste simulazioni non è sempre
possibile valutare gli effetti di tutte le singole proposte, a meno di arbitrarie assunzioni e
precondizioni non sempre accettabili e trasparenti. Per queste ragioni, nel procedere alla
simulazione della nostra proposta abbiamo preferito escludere dall’esercizio alcune elementi
della strategia illustrata in precedenza perché non sono correttamente simulabili in un
modello econometrico aggregato. Abbiamo pertanto escluso dalle simulazioni la proposta di
intervento sul Debito Pubblico attraverso il Fondo Immobiliare Italia, il conflitto di interessi
nel contrasto all’evasione con le deduzioni da concedere a lavoratori e famiglie ed il piano di
pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese.
Per maggiore chiarezza sintetizziamo nella tabella seguente tutte le componenti della nostra
proposta rispetto alle quali precisiamo quali hanno potuto far parte della simulazione e quali
invece sono state necessariamente escluse dall’esercizio.

La manovra di Politica Economica proposta da Economia Reale:
elementi inclusi ed esclusi dall’esercizio econometrico
PROPOSTE
1.- Pagamento Debiti delle P.A alle Imprese
2.- Fondo Immobiliare Italia
per la riduzione del Debito Pubblico
3.- Blocco Spesa per Acquisti di Beni e servizi:
risparmi per riduzione tasse lavoro e famiglie
4.- Sussidi alla produzione e in conto capitale (Fondi Perduti)
ridotti e trasformati in credito di imposta:
risparmi per riduzione tasse alle Imprese (IRAP)
5.- Lotta all'evasione con deduzioni per spese delle famiglie
6.- Maggiori Investimenti in Infrastrutture

INCLUSE ED ESCLUSE
DALLA SIMULAZIONE
NO
NO
SI

SI
NO
SI

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I risultati ottenuti vanno, come sempre, valutati entro i noti limiti di queste simulazioni che si
articolano in aggregazioni macroeconomiche e non consentono quindi di misurare in modo
analitico e compiuto l’impatto delle singole decisioni da assumere.
Da questo punto di vista però, questi risultati sono una approssimazione “per difetto” di
prospettive ancora più positive che potrebbero determinarsi a seguito di una applicazione
completa delle proposte indicate in questo rapporto.
Il fulcro della nostra proposta di politica economica sono pertanto i tagli mirati a specifiche
voci di spesa corrente con l’introduzione di un metodo (ZBB-zero base budgeting), applicato
da decenni in quasi tutte le economie avanzate dell’occidente. Si tratta cioè di assegnare a
tutte le pubbliche amministrazioni un budget di spesa basato sui valori storici del 2012 e
mantenere fisso questo budget nei prossimi anni. In questo senso, man mano che si rendono
disponibili risorse derivanti da questi risparmi di spesa, si procede a ridurre
progressivamente la pressione fiscale sul lavoro, sulle famiglie e sulle imprese e ad
aumentare gli investimenti pubblici, materiali ed immateriali.
Come si vede, non esiste una bacchetta magica per “trovare” risorse in poche settimane o
mesi. Esiste invece il “coraggio delle scelte” che inchiodino i binari di un “percorso
virtuoso” che avvii concretamente crescita, occupazione e maggiore equità sociale, avendo
però fissato subito “per legge” i binario del percorso virtuoso.
Occorre cioè abbandonare quel “percorso vizioso” che, di anno in anno durante gli ultimi
venti anni, ci ha condotto a soffocare con garrota l’economia reale dentro l’imbuto della più
grave e più lunga recessione che l’Italia abbia mai sperimentato dal dopoguerra ad oggi.
Ad ogni buon conto, i risultati che abbiamo ottenuto, messi a raffronto con i profili indicati
negli andamenti tendenziali della ipotesi BASE mettono in evidenza i seguenti possibili
effetti positivi:
1.- La crescita del Pil sarebbe a fine periodo superiore di quasi il 4%;
2.- Il totale degli occupati sarebbe superiore rispetto al profilo tendenziale di quasi 900.000
unità ed il totale dei disoccupati scenderebbe sotto i 2 milioni;
3.- Il deficit pubblico sarebbe inferiore al tendenziale, comunque sempre ben sotto al 3% ed
in progressiva riduzione verso il pareggio a fine periodo;
4.- Il debito pubblico sarebbe inferiore.
Ciò significherebbe che:
1.- Il Pil tornerebbe al livello del 2007 nel 2018, anziché nel 2022;
2.- Il Pil pro-capite tornerebbe al 2007 nel 2020, anziché nel 2024/25;
3.- Il tasso di disoccupazione tornerebbe al 2007 nel 2019, anziché nel 2025;
4.- Il deficit pubblico non andrebbe a zero, ma sarebbe comunque sempre inferiore al
3% del Pil e ben inferiore all’andamento dei dati tendenziali;
5.- Il rapporto Debito/Pil scenderebbe sotto il 120% già nel 2017, anziché essere superiore al
125% anche nel 2018 secondo il profilo tendenziale.

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Nel complesso, una manovra di questo tipo consentirebbe di avere più crescita e più
occupazione associati ad un percorso di maggiore e più solido rigore finanziario nei conti
pubblici.
Non si tratta quindi di proporre soluzioni miracolistiche che in pochi mesi ci tirino fuori dal
lungo tunnel della crisi. Si tratta invece di assumere decisioni che indichino un percorso
sostenibile negli anni con obiettivi credibili e realizzabili anno dopo anno in un ragionevole
ed accettabile arco di tempo.
L’alternativa “tendenziale” appare chiaramente insostenibile sotto tutti i punti di vista,
sociale, economico, finanziario.
Alternative miracolistiche di tagli di spesa e tagli di tasse da realizzare in qualche mese
appaiono impraticabili e pericolose sul fronte della credibilità interna ed internazionale.
Come abbiamo già detto, però, la vera “risorsa scarsa” è il tempo ed i tempi delle decisioni
sono ormai strettissimi e senza una prospettiva credibile, entro il prossimo autunno, si rischia
una dirompente crisi sociale ed economica che si assocerebbe ad una perdita di credibilità
altrettanto dirompente sui mercati finanziari internazionali.
Quanto sostenuto finora in questo rapporto è collegato a volontà politica e scelte che
riguardano esclusivamente decisioni “nazionali”. Le stime dei risultati ottenuti potrebbero
essere ancor più positive sia in considerazione del varo degli altri provvedimenti proposti che
non è stato possibile inserire in simulazione, sia anche delle recenti decisioni in sede europea
che concedono maggiore flessibilità di bilancio proprio a partire dal 2014. Su questo ultimo
aspetto va però fatta chiarezza. In realtà la maggiore flessibilità europea è una possibilità che
si può e si deve cogliere nella consapevolezza che anch’essa è legata a decisioni nazionali di
contenimento di spese correnti. Infatti, gli spazi di manovra che si possono aprire,
garantendo comunque il mantenimento del deficit pubblico sotto il 3%, sono direttamente
legati alla riduzione della spesa corrente in modo da fare spazio a riduzioni fiscali ed
aumento di investimenti, tali comunque da rispettare lo stesso 3%. Se questo teorico spazio
dovesse essere preso dal continuo dilagare della spesa corrente, la flessibilità europea e le
risorse aggiuntive provenienti dal bilancio dell’Unione sarebbero automaticamente dissolte.

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