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N1 di stanze.pdf


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editoriale

CAMERE
COMUNICANTI

nascita, crescita, subaffitto.

editoriale
Imprecava, piangeva e poi pregava, pregava. Pregava fin quando il dolore non
la raggiungeva dappertutto e allora ricominciava a imprecare. Il bambino si
era messo di testa e non voleva proprio saperne di collaborare. Così, in preda
all’esasperazione, ho afferrato una ventosa per sturare i lavandini e dalla testa ce
l’ho cacciato fuori tutto quanto, quel diavoletto. Il cranio gli si è allungato a tal
punto che ho temuto di averglielo staccato dal collo. Alla fine però è andata.
Giuro che in tutta la mia vita non ho mai sentito un neonato strillare così tanto.
Sembrava che, invece di aver visto la luce, il cielo, la sua bella cameretta tinteggiata
d’azzurro, avesse guardato dritto in faccia Il Demonio, come prima cosa.
Era un urlo terrificante, quello. Un urlo che tentava di mettere in guardia il mondo
intero, che preannunciava una qualche sciagurata profezia.
Pulii il bambino e mi voltai per avvertire la madre. Lei già non respirava più.
Quella è stata la prima e ultima notte che il bambino ha trascorso nella sua
cameretta tinteggiata d’azzurro.

Il compagno di giuochi
dei Casermoni

Si, si, è nato proprio qui a fianco, dentro quella stanza. Lo ricordo
come fosse ieri. Un sacco di complicazioni, il bambino che non aveva
alcuna intenzione di uscire dal corpo di quella poveretta. Stava tutto
attorcigliato al cordone, manca poco ci si strangolava. Lei che strillava e
contraeva e strillava e contraeva ormai da ore.

Sono cresciuto nel complesso di
case popolari meglio note come
I Casermoni. Io e miei genitori
abbiamo vissuto qua per sedici anni.
Quando mio padre ha perso il lavoro
alla fabbrica siamo stati costretti a
trasferirci da mia nonna.
Io e lui eravamo amici, per così dire.
Giocavamo in cortile assieme agli altri
ragazzini dei Casermoni. Diceva di
vivere anche lui laggiù, ma non gli ho
mai dato retta.
Innanzitutto cambiava versione una
volta sì e l’altra pure. Diceva di abitare
nell’A, ma nessuno dei ragazzi dell’A sapeva quale fosse il suo appartamento. Allora
diceva che s’era sbagliato, diceva che in realtà aveva fatto confusione con le lettere,
perché lui abitava nel C. Inutile precisare che quelli del C non ne sapessero niente,
e allora lui faceva “No! Non ho detto C, ho detto D. La Ci e la Di si confondono

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LA VICINA-LEVATRICE