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N1 di stanze.pdf


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editoriale

editoriale
giorno dopo giorno. Non sapeva
nemmeno lui dove fosse diretto. Così
l’ho ospitato, gli ho dato un tetto sotto
cui dormire, un pasto caldo. Quella
creaturina sventurata mi faceva una
gran pena. Non l’ho mai obbligato a
chiamarmi “mamma”, a ringraziarmi
per quello che stavo facendo per lui.
Non gli ho mai chiesto di dare una
mano in casa, di sbrigare qualche
commissione, di lavorare per ripagare
la mia ospitalità.
L’unica cosa che gli avrei chiesto –
se soltanto avessi intuito che razza
di tipo era- sarebbe stata quella di
non sgraffignarmi tutti i gioielli dal
cassettone, prima di filarsela dalla
finestra. È pretendere molto?

facilmente come suono…” Una volta giunti alla F ricominciava col gioco delle tre
carte.
Inoltre nessuno sapeva chi fossero i suoi genitori. Lui non li ha mai nominati. Mai.
Tutto quello che sapevo è che quando scendevo in cortile, verso le tre del pomeriggio,
lui stava già lì da un pezzo. Voleva sempre fare giochi strani. Erano perlopiù prove
di resistenza. Per esempio si metteva contro il muro, e noi dovevamo calciare il
pallone il più vicino possibile senza colpirlo. Se si muoveva, restava un altro giro,
se lo colpivamo, prendevamo il suo posto. Oppure ci mettevamo in ginocchio
contro lo spigolo di uno scalino, e l’ultimo che si alzava vinceva.
Tornavo a casa pieno di lividi, tagli, buchi nei vestiti. Mia madre si era convinta
che mi picchiassero.
Un pomeriggio si è inventato questa prova di resistenza del tutto assurda. I
Casermoni erano circondati da una distesa di cespugli ed erbacce che ci arrivavano
fino al petto (il cortile dell’edificio era sopraelevato di circa mezzo metro rispetto
al terreno). La chiamavamo la Savana. Il gioco consisteva nel tuffarsi dentro uno
di questi cespugli. L’ultimo che ne aveva abbastanza avrebbe vinto.
A seguito dei primi due lanci ero già una Pietà di graffi. Mi ritirai.
Lui invece proseguì imperterrito. A un certo punto si lanciò a capofitto nella
Savana e ne riemerse grattandosi furiosamente un braccio. Era finito dentro un
cespuglio di bacche velenose, o roba del genere. Continuava a grattarsi il braccio
come un cane pulcioso, finchè d’un tratto non ha iniziato a diventare bluastro e a
rivoltarsi tutto quanto.
“Chiamiamo un’ambulanza”_ proponemmo, ma lui non volle saperne.
Si allontanò bestemmiando. In lontananza potevi scorgere ancora un puntino blu
che si grattava il braccio mezzo scorticato e che inveiva contro il sole. Non l’ho
più rivisto.

“L’hai visto anche tu? L’hai visto anche tu?”_ continuavo a chiedere agli altri. Ma
no, no, mica se ne accorgevano quelli. Mi guardavano con tanto d’occhi.
Com’era possibile? Sono diventato pazzo, mi sono detto. Arrivava tutte le sere
con i suoi stracci, uno zaino e una coperta lercia. La stendeva per terra e si metteva
a dormire. Quando mi risvegliavo lui era sparito.

L’amico discolo dei Casermoni

Lo studente fuori sede

Sono stato io il primo a farlo fumare. Ha provato ad aspirare e si è messo a tossire
come una femminuccia. Da quel momento in poi l’ho sempre visto con una
sigaretta fra le labbra.

L’ho raccolto dalla strada come si fa coi gattini abbandonati. Vagava per la strade,

Ci serviva un quarto coinquilino per ammorbidire l’affitto. All’annuncio avranno
risposto in cinquanta, forse sessanta persone. Fare colloqui era diventata la nostra
seconda professione. Ricordo che avevamo stilato alcuni parametri per giudicare
i visitatori: “giovane” (1 punto), “apparentemente pulito” (2 punti), “affidabile”
(3 punti), “col fumo” (4 punti), “non del sud” (5 punti), “pezzo di fica” (6 punti),
“pezzo di fica single” (7 punti). L’accordo era di dare la stanza a quello col punteggio
più alto.

6

7

La benefattrice

Il barbone facilmente suggestionabile