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22/10/12

Folco Terzani: guardando Tiziano | Gioia

HOME | Folco Terzani: guardando Tiziano

C e rca all'inte rno de l sito di Gioia

Folco Terzani: guardando Tiziano
Lune dì, 28 m arzo 2011 10:00

“Era solo, non apparteneva a nessuno”, dice il figlio. “Non avrei potuto
amarlo se fosse stato davvero così come si presentava agli altri”, dice la
moglie. A sette anni dalla morte, la sua storia diventa un film. E loro che
l’hanno visto vivere svelano l’uomo nascosto sotto il saggio
di Federica Furino - foto Alberto Conti
«Venga qui, così si gode il panorama». Folco Terzani indica una delle
due sedie con affaccio sulla campagna fiorentina, poi si sistema su quella
accanto e mi dà la sua versione dei fatti in un pomeriggio di quasi
primavera. «La vita del mio babbo è buona per un kolossal
hollywoodiano: la guerra in Vietnam e in Cambogia, la Cina del dopo
Mao, il Giappone, Firenze e le grotte dell’Himalaya. Ma chi li ha i soldi per
una cosa del genere? Non ci è mai passato per la testa che si potesse
realizzare. Finché un produttore tedesco mi ha telefonato dicendo:
“Voglio fare un film su suo padre”».
L’idea era sceneggiare La fine è il mio inizio (autobiografia e testamento
spirituale che Tiziano Terzani lasciò al figlio conversando con lui poco
prima di morire, ndr): affidare la storia alle parole e mettere in scena un
dialogo. «Proprio come nel libro. Solo che lì, dal dialogo, veniva fuori solo
la storia del babbo, mentre in questo film che sta per uscire (sarà nelle
sale il primo aprile con il titolo omonimo La fine è il mio inizio) si parla di
noi due e delle cose che volevo sapere da lui prima che se ne andasse».
Lo dice e poi si ferma, come se quel “noi” fosse il codice d’accesso a un
dolore antico: lo guardo lì, scalzo nonostante il freddo, i capelli lunghi
come quelli di un sadhu indiano, e penso che la grandezza dei padri
ricade sui figli come una colpa.
Mi accoglie con la moglie Geia e il loro bimbo, Cosimo detto Momo, ultima
rappresentazione del ciclo della vita in casa Terzani. «Il progetto ci
sembrava convincente. Abbiamo chiesto soltanto che l’attore fosse
all’altezza del ruolo. Hanno scelto Bruno Ganz. Il migliore.
Suo padre con la faccia di Bruno Ganz. Che effetto le fa?
Quello che contava non era la somiglianza fisica ma il punto finale della
storia. Detto questo, la trasformazione di Ganz è stata incredibile.
Meno traumatico che vedere Elio Germano che interpreta lei?
Per fortuna non ha tentato di somigliarmi. Mi ha migliorato, però, questo
sì.
In che cosa?
È molto più forte di quanto fossi io che sentivo questo vuoto dentro.
Per via della malattia di suo padre (Terzani è m orto nel 2004 a
causa di un cancro, ndr)?
No. È che stavo andando a fondo: mi ero laureato a Cambridge con il
massimo dei voti, ma quando si è trattato di lavorare, mi sono
astenuto: non volevo essere parte dell’ingranaggio. Fu allora che andai
dal babbo.
E lui?
Mi chiese che cosa intendevo fare della mia vita. Perché, giustamente, un
uomo muore e vuol sapere il suo figlio che programmi ha. Sicché io gli
rispondo: «Vado in Sudamerica a guardare il mondo dalla sponda di un
fiume».
Come la prese?
Si infuriò. Perché era tanto pacifista ma quando gli scattava era così. Ma
era a poche settimane dalla morte e le sue grandi voci non facevano più
paura.
Quindi?
Urlai più di lui. Fu un dispiacere, perché ero riuscito a restare calmo e
volevo arrivare così fino in fondo. Tornai dopo qualche ora e lo trovai
felice: aveva visto dentro di me la forza necessaria per andare avanti
dopo di lui.
Il suo babbo scrive che quando ti muore il padre ti ritrovi in prima
linea.
Io no: in prima linea c’è ancora mia mamma. Ma sono in una trincea
abbastanza avanzata da fare le cose da solo. Mentre prima c’era
sempre qualcuno che la sapeva più lunga, e cioè lui. Su qualsiasi
scelta, qualsiasi idea.
Difficile crescere con un padre così?
Sì. Anche se gli davi credito. Non aveva sempre ragione, ma c’era un
senso nel suo punto di vista. Il problema è che, con lui, non si stava mai
tranquilli.
Non pesavano le sue assenze?
Quando partiva si diceva: «Meno male che non c’è: ora ci si riposa un
attimo».
La spieghi.
Dicono che Gandhi a casa fosse una furia. Ecco, il mio babbo certo non
era della scuola della non violenza. Non è che stesse lì beato, seduto in
posizione del loto con il sorriso a dire pace e bene a tutti. La sua era
una non-violenza molto violenta.

www.gioia.it/Folco-Terzani-guardando-Tiziano

scarpe cesare battisti
di Francesco Patierno
olgettine
divisa scolastica
3 giugno 1989
tradizione

Ilary Blasi

Carlo
Verdone
Katy Perry: la
mia rinascita
dopo le lacrime
Un nuovo amore
dopo la fine del
matrimonio celebrato in
India, un film su se stessa
per dire chi è
(“un’inguaribile romantica
che crede ancora nelle
favole”), l’impegno a
favore di Barack Obama
nella corsa alla Casa
Bianca. L’ex coristachierichetta, diventata la
popstar che ha venduto
più di tutti, si è risvegliata
dal sognodi Simone
Rebuffini - foto Julian
HargreavesCi sono le
lacrime e i brufoli, la
disperazione per il
matrimonio andato a rotoli
(dopo 14 mesi con l’attore
inglese Russell Brand) e la
pelle rovinata di quando
anche una star “supereffe”
di 28 anni (come tutte le
comuni mortali) si toglie il
trucco e intravede con
orrore nello specchio
un’insorgente zampa di
gallina. Un po’ hot, un po’
cold, c’è Katy Perry come
forse non si era mai vista.
Un inedito kit da viaggio:
oltre alla valigia superaccessoriata da pop
queen, anche un piccolo
bagaglio a mano con la
scritta “fragile” e dentro
una pochette fatta di
debolezze e normalità.
Katy così com’è (però in
3D): senza la scorza di
sicurezza dei videoclip e la
scorta di guardie del corpo
che l’accompagnano dalla
California all’India e
ritorno.La ragazza di
Teenage Dream, pare, si è
svegliata dal sogno. O
almeno così vuole far
intendere. Sarà un caso se
il suo singolo dell’estate
2012 si intitola Wide
Awake? Sveglissima, con
gli eyes wide shut, la
cantante-macchina di
Santa Monica che sputa
successi a raffica adesso
ha deciso di mostrare
(anche) il suo lato più
debole (e spento). Dopo i
fireworks un po’ di cenere,
dopo tanti fuochi d’artificio
sul palco un po’ di vita tra
uno show e l’altro. Un
diario per immagini, lo

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bellezza, attualità,
shopping: le tendenze per
la donna vivace e curiosa.

Femminile al 100%
Inverti

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22/10/12

Folco Terzani: guardando Tiziano | Gioia

Lui diceva che la vita serve a imparare a morire: si impara anche ad
accettare la morte degli altri?
Ho vissuto a Calcutta: una certa dimestichezza con la morte mi è
rimasta.
Una delle tante peregrinazioni per l’Asia a seguito di suo padre?
No, Calcutta in mezzo ai morenti me l’hanno risparmiata. Ci sono andato
per lavorare da Madre Teresa.
Suo padre che disse?

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Folco con la madre, Angela Terzani Staude
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teresa, bruno ganz, la fine è il mio inizio, sfida, cancro, cinema, film, federica
furino, persone, interviste | permalink
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Folco Terzani: guardando Tiziano
Lune dì, 28 m arzo 2011 10:00

scarpe cesare battisti

Suo padre che disse?
Non gettarti nella minestra: assaggiala.

di Francesco Patierno

Cioè?
Lui faceva il giornalista: assaggiava le minestre, le descriveva ma non le
faceva sue. Quando gli ho chiesto chi lo aveva impressionato, rispose:
«Nessuno». Il Dalai Lama? «Ah, sì, lui è carino». Madre Teresa? «Sì,
brava». Nessuno, nessuno, nessuno.

olgettine
divisa scolastica
3 giugno 1989

Lei invece?
Quel distacco non l’ho mai avuto. Mi sono sempre buttato nelle cose con
la mia identità.

tradizione

Perché?

Carlo
Verdone

Perché non ho un’identità fissa. Lui era giornalista e scrittore, poi forse
alla fine ancora qualcos’altro. Io invece non ho mai saputo che cosa
sono.Volontario a Calcutta? Benissimo. Devo avere un ruolo? Ok, faccio il
becchino.
Dunque non la spaventava neppure la morte di suo padre?
Pensavo: «Mi sento tranquillo. Vediamo che succede dopo: ho visto tanti
morti, ma il babbo mai».
Anche sua sorella e sua madre la presero così?
Mamma sì. Saskia arrivò all’Orsigna piangendo e pensando: «More il
babbo: non piangerete voi perché siete tutti scemi, ma io sì».
Un supporto tra fratelli. no?
No. Era ognuno per sé, si salvi chi può. Lì nessuno di noi poteva
convincere nessun altro. Doveva farlo lui.
Ci riuscì?
Sì, la persuase che la morte la vedeva come una cosa se non proprio
buffa, almeno grandiosa. Entrare nel tutto era una delle esperienze che
andavano fatte.
Era facile parlare con lui?
Sì. Noi si parlava benissimo. Poi ci si litigava anche benissmo.
Impetuoso?
Qualsiasi immagine del vecchino con il sorriso beato, è sbagliata. Ha
cercato di sconfiggere la parte di lui che era violenta e non ci è riuscito
fino in fondo: abbiamo litigato anche alla fine. Poteva levitare nei cieli e
far finta di nulla, e invece ha voluto discutere anche lì.
Che cosa è stata la sua trasformazione in “saggio”?
Un percorso attraverso il quale ha capito quello che doveva capire. La
malattia gli ha dato il campanello d’allarme. O raccogliere la sfida e
arrivare in fondo sorridendo, o deprimersi e dire: «Ora moio che
tragedia». Aveva raccolto la sfida.
Lei ha avuto parte in quel percorso?
No: quel percorso doveva farlo da solo. Viveva in Himalaya dove non
aveva neanche il telefono.
Non le mancava?
No. Sapevo cosa faceva e mi divertiva molto. Facevo il tifo per lui, ma a
distanza. Così anche io facevo le mie cose senza che lui intervenisse e
questo era il sistema perfetto. Ognuno faceva il suo. E lui ne uscì
davvero trasformato.
Quando lo capì?
Quando tornai a casa per l’incontro con il padre morente. Una cosa
tragica in fondo. Appena mi vide, sollevò la camica e mi mostrà la pancia
piena di tagli. Poi scoppiò a ridere e disse: «E pensare che ero proprio
un gran figo». Pensai: «O è grullo, o è cambiato».
Perché?
Prima quella pancia l’avrebbe nascosta, avrebbe fatto finta di niente
dicendo: «È tutto a posto, va tutto bene». Questo mostrare la
distruzione, riderne mi ha fatto capire che era approdato su un’altra
sponda.
Come reagì alla sua morte?
Il primo incontro con il suo cadavere è il miglior momento di tutta questa
storia. Ecco: entro, lo vedo, e non vengono le lacrime, ma una botta di
esultazione. E dico: «Bravo babbo, ce l’hai fatta».
E ora?
La sua presenza è tangibile ovunque. Solo, ora basta. Dopo questo film,
non parlerò più di lui. Perché non ne posso più. E perché non c’è più
niente da aggiungere, non essendo ancora riuscito nel suo dichiarato
intento di scrivere un reportage dal mondo dei morti.
L’insegnamento più importante?
Che la tua vita è tua, e sta a te farla. Il resto è contorno: tu sei solo.
Questo era molto chiaro sulla sua faccia da morto. Era solo, non
apparteneva a nessuno. Non a noi, non a mia mamma: era
completamente rientrato in sé.

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Katy Perry: la
mia rinascita
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per dire chi è
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favore di Barack Obama
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più di tutti, si è risvegliata
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lacrime e i brufoli, la
disperazione per il
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anche una star “supereffe”
di 28 anni (come tutte le
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Katy così com’è (però in
3D): senza la scorza di
sicurezza dei videoclip e la
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che l’accompagnano dalla
California all’India e
ritorno.La ragazza di
Teenage Dream, pare, si è
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almeno così vuole far
intendere. Sarà un caso se
il suo singolo dell’estate
2012 si intitola Wide
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Folco con la madre, Angela Terzani Staude
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