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Title: Senza titolo
Author: Alessandro

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ALT! Attenzione: questo è un appello al lettore! Non cambiare pagina, non è un’inserzione
pubblicitaria. Non voglio proporti cure prodigiose per aiutarti a perdere peso e neppure voglio
rifilarti la nuova collezione di pentole inossidabili garanzia 5 anni mese di prova gratuito senza
impegno. Volevo semplicemente spiegarti il motivo per cui questo testo non ha un titolo.
Sostanzialmente, perché non me ne è venuto in mente nessuno. Il secondo motivo, che potrebbe
apparire una giustificazione del primo –e forse in parte lo è anche- è in realtà legato al senso stesso
di questa narrazione. Un titolo rappresenterebbe il mio personale giudizio dell’uomo di cui mi
sentirete parlare. Ma io non voglio influenzarvi in alcun modo. Se pensate che abbia tentato di
influenzarvi in un modo più subdolo, del tipo inventandomi tutto di sana pianta, rassicuratevi! Il
97,3% di quanto leggerete è rigorosamente vero. Per i più scettici ho presentato le fonti, che
troverete dopo il testo. Ebbene –e con questo giuro che concludo- eccovi qua a giudicare non tanto
le imprese di un uomo, quanto la sua stessa esistenza. Per farlo, vi consiglio di mettervi comodi e di
abbandonarvi a un clima di raccoglimento e di preghiera.
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- Quell’uomo è un demonio!
Dall’alto del suo ventre strabordante il cardinale Giacobassi lanciava, in ricerca
di conferma, uno sguardo eloquente e sibillino all’uomo al suo fianco, luminoso
nelle vesti ornatissime, appesantite dagli ori e altre preziosità, che lo rendevano pallido e barcollante
sotto i timidi raggi del sole di un ventiquattro di febbraio del millecinquecentotrenta. Questi,
impegnato a non cadere, parve non cogliere le parole del suo sodale, che riprese: - Sua Santità,
comprendo che la situazione contingente ci abbia costretti a piegare il capo alla demoniaca potenza
di quest’uomo. Oh, se penso che oggi sua Santità poserà la corona di imperatore sul capo di costui,
che ha partorito solo male e violenza..! E mentirei –e noi sappiamo quale grave peccato sia questo
agli occhi di Dio- se dicessi che non mi sono più vivide al ricordo le immagini dei massacri di
quell’anno! Migliaia di timorati di Dio passati a fil di spada da quei seminatori di discordia!
Lanzichenecchi che prorompono in Roma come sciami di cavallette, con la furia nel sangue, pronti
a sconsacrare con la loro avidità, mascherata sotto le spoglie di un bisogno di rinnovata sobrietà,
quegli unici beni che il Cielo ci ha concesso per onorarLo. Che blasfemia distruggere le sante
reliquie e le preziose icone conservate nelle nostre chiese, nei nostri conventi, per ricordarci di beni
ben più ricchi e duraturi che ci aspettano in cielo!
-Sua Eccellenza monsignor Giacobassi, non ho bisogno che mi faccia un ripasso della Summa
Confessorum*. Per il bene della cristianità incoronerò oggi sua maestà Carlo D’Asburgo
imperatore. Non è questo il momento di discutere della liceità delle strategie politiche e militari di
sua Maestà, giacché credo sia a conoscenza di come stiamo perdendo milioni di anime nei territori
del Sacro Romano Impero. Pecore in mano a lupi travestiti da pastori, accorti demagoghi che con la
loro nuova eresia vogliono far affondare la Chiesa… Farò dunque oggi quello che sento come un
improrogabile dovere.
La comitiva procedeva intanto per la passerella in legno che si alzava per alcuni metri da terra,
costruita così da permettere alla variopinta folla di popolani, mercanti e patrizi accorsa in Piazza
Maggiore di scorgere sua maestà l’imperatore Carlo V e sua Santità papa Clemente VII. Tutta
Bologna era adornata di archi trionfali costruiti per rievocare lo splendore di Roma, dove si sarebbe
dovuta svolgere l’incoronazione, ma ormai in macerie in seguito all’invasione dei Lanzichenecchi
nell’anno millecinquecentoventisette.
“La mia Roma, ridotta a una stalla in macerie, pur nella rovina non avrebbe nulla da invidiare a
questa villica imitazione” bofonchiava tra sé e sé il cardinale che, in compagnia di prelati e
cortigiani, ciondolava tronfio sulla passerella di legno.
A terminare la loro passeggiata non fu però l’ingresso della cattedrale di San Petronio, ma
l’improvviso crollo della suddetta passerella e dei suoi camminanti. Fra questi, il nostro monsignor
Giacobassi che tra il fracasso e le grida stupite dei popolani, cadde rovinosamente a terra. Nel
chiasso successivo all’incidente, tra il baccano generale fu tuttavia possibile riconoscere una voce
provenire da alcuni facinorosi in abiti dimessi: - Certo che questi monsignori son caduti proprio in
basso!

Si osservò intensamente i piedi, che sguazzavano placidamente nel catino. Frattanto,
immergendo le mani in un’ampia anfora colma di bardana, ne trasse un’abbondante
manciata e la sparse sull’acqua. Fece allora ondeggiare il miscuglio, agitando i gonfi
piedi, finché poté contemplare soddisfatto il cambiamento di colore. Passò alcuni semi di
colchidum fra l’alluce, ormai tumefatto, e l’indice, massaggiandosi le dita e si specchiò
nell’acqua, riconoscendo a stento i propri lineamenti nel tremolio del catino. Gli ultimi
mesi lo avevano fortemente provato; le trattative con gli ambasciatori francesi, i legati
degli Sforza e i nunzi da Roma avevano scandito assieme a regolari battaglie lo scorrere del tempo.
* il nostro catechismo

Alla gotta si erano aggiunti da poco l’asma e il diabete, non certo ostacolati da un’avida voracità
che lo spingeva a “pigliar un’ingozzata, non respirando mai fino ad lacrimas”. Tuttavia, la sera dava
prova di ferrea morigeratezza, con cui tentava invano di rimediare all’abbuffata del pranzo.
L’acqua si calmò e, riconoscendosi del tutto nel riflesso, chinò il capo sconsolato. Lo aveva
riportato alla realtà la voce dell’araldo che annunciava l’imminente arrivo del gran cancelliere
Mercurino da Gattinara. L’indomani i due avrebbero discusso di alcune clausole informali non
contenute nel trattato che sua Maestà si apprestava a firmare. Quest’ultimo avrebbe rinunciato ad
ogni pretesa sulla Borgogna, ottenendo la garanzia di mantenere il controllo sul Meridione e sul
ducato di Milano, che gli era costato ben più di una battaglia. Ma a Crepy, Francesco I di Valois
avrebbe anche dovuto confermare il suo occulto sostegno a Carlo V nel tentativo di controllare la
Chiesa di Roma, fedele all’Imperatore ma non poco riottosa, efficace strumento di sottomissione di
Paesi Bassi e Sacro Romano Impero.
Meditando quanto si avvicinava a fare, percepì in un groppo alla gola il peso del ruolo cui il Cielo
lo aveva destinato. Ma non poté fare a meno di provare anche un fremito di soddisfazione al
considerare quanto il paziente impiego della diplomazia gli avesse risparmiato non poche estenuanti
imprese belliche. Si sollevò fieramente, ergendosi in tutta la sua maestosità. Tuttavia, mosso il
piede, lo colse una fitta lancinante: adirato, con un calcio rovesciò il catino.
Ripensando alle condizioni di sua Maestà, il sorriso sempre sicuro del
luogotenente von Funberg della nona divisione dell’esercito imperiale si
tramutò in una cupa smorfia rattristita. Meditabondo, scagliò un sasso sottile
sulla superficie di quello specchio d’acqua che il Danubio forma nell’ansa di Ingolstadt. Osservò i
cerchi concentrici che dal luogo del tonfo si ripetevano identici, eppure sempre più larghi. “Una
battaglia persa oggi è ben poca cosa, ma la prima testa a cadere sarà quella del comandante Reusner
poi toccherà a quella del condottiero Schertlin e poi sarà il mio turno… Peccato, una carriera
stroncata sul nascere!”
Scagliò un altro sasso. Alla preoccupazione si unì la vergogna di avere per imperatore un ‘timoroso
di natura et timido per sorte, che molta paura grande ha perfino alla vista di un sorcio o di un
ragno’. Quelle che aveva per lungo tempo liquidato come voci maliziose, si mostravano ora in tutta
la loro preoccupante veridicità. Eppure, al di là delle ripercussioni che la pavidità di sua Maestà
poteva avere sulla sua carriera da luogotenente, gli aveva fatto un po’ pena vederlo nella tenda
imperiale, nello stato in cui era conciato. Alla notizia dell’imminente attacco dei protestanti della
lega di Smalcalda, la reazione dell’imperatore non si era fatta attendere: il respiro affannato
dall’ansia diventò presto un attacco d’asma, sentendosi soffocare si dimenava, si portava le mani
alla gola, e alternava momenti di mesta debolezza, assecondando i tentativi dei medici di calmarlo,
ad altri di repentina violenza. E gridava come un dannato, destando la preoccupazione dei
comandanti che già vedevano persa l’imminente battaglia.
Fu a questo punto che von Funberg si alzò con fatica e afferrando la spada al suo fianco si preparò a
incoraggiare l’umore delle truppe. “Ahimè, morirò ipocrita” si disse.
“La morte è la stessa per tutti, per i mendicanti come per i ricchi, ma dopo la morte il
giudizio non è uguale per tutti, perché per nessuno sarà così severo come per i potenti del mondo”.
Pensò a questa sentenza di Erasmo osservando la clessidra che aveva fatto portare con sé a Yuste,
assieme agli astrolabi, ai libri e ai quadri che affollavano i suoi modesti appartamenti presso il
convento. La girava e la rigirava, fino a quando, improvvisamente rassicurato, passò a giocherellare
con l’ingegnoso ordigno che costituiva un piccolo automa. Ne contemplò i movimenti meccanici e
sicuri e alzò poi gli occhi al crocifisso che aveva voluto collocato vicino all’austera Trinità del
Tiziano. L’ aveva ribattezzata “L’ultimo giudizio”. Si inchinò a terra severo, dolendosi dei
ferruginosi arti che muoveva con fatica, provato com’era da una febbricitante malaria. Tenendo gli
occhi a terra, si vide cadere una lacrima e fermarsi sulla sua barba. “Sono stato uno strumento nelle

tue mani, Padre!”. Così stette a lungo, aspettando il raggio di luce che sapeva si sarebbe posato su di
lui anche quel giorno, sbucando timido dalla finestra che dava a Nord, verso Yuste, dove il sole si
apprestava a tramontare. Attese invano quel segno della benevolenza divina, si alzò allora
sconsolato e ritornò nello studiolo, dove impugnato lo stilo e intintolo nel calamaio, prese a
scrivere. Dopo molte e dense righe, in cui dispose l’eliminazione dell’emblema imperiale dagli
arredi e dai sigilli e la cancellazione di ogni suo titolo, aggiunse: “Quanto a me, il nome di Carlo mi
basta, perché non sono più niente”.

Il testo è diviso in quattro parti: per ciascuna di esse qua sono presentate le eventuali note,
precisazioni, correzioni e le fonti.

I)

E’ fittizio il nome del cardinale Giacobassi, liberamente ispirato dal nome, ma non dalla
persona, del cardinale Domenico Giacobazzi contemporaneo di papa Clemente VII.
L’episodio dell’incoronazione avvenuta a Bologna, ripianificata nella sua struttura urbanistica per
imitare Roma, è vero, così come la caduta della passerella in legno fatta costruire per l’occasione,
che ha purtroppo causato diversi feriti.
Tutto ciò è riportato in “La forza e la fede. Vita di Carlo V” di Pierpaolo Merlin, Laterza editore,
2004 e in “Cronaca manoscritta della città di Bologna” di Sartori, in cui lo storico sembra insinuare
una losca trama (‘fuvvi chi credè ci fusse stato macchinamento’)

II) Il colchidum e la bardana sono a tutti gli effetti piante dalle proprietà benefiche in fatto di
gotta, di cui Carlo V ha sempre sofferto. Gli accordi segreti legati al trattato di Crepy sono
menzionati nel saggio sopracitato. La figura di Mercurino da Gattinara, consigliere dell’imperatore
originario per l’appunto dal vercellese, è storicamente attestata. (“Vita dell’invittissimo imperatore
Carlo V. Austriaco” di Gregorio Leti, 1700) Fittizio è invece l’episodio del catino. Vera è
l’affermazione della presunta bulimia dell’imperatore, pronunciata da un ambasciatore. (“La forza e
la fede. Vita di Carlo V” di Pierpaolo Merlin, Laterza editore, 2004)
III) La figura del luogotenente von Funberg si ispira, esclusivamente nel nome, a quella di Georg
von Frundsberg, terribile condottiero responsabile del sacco di Roma, in quanto alla guida dei
Lanzichenecchi. Adam Reusner e Sebastian Schertlin sono i nomi di altrettanti gerarchi (il primo
era segretario di von Frundsberg) dell’esercito imperiale. Vere sono le voci che correvano circa la
timidezza e pavidità dell’imperatore, che riporta Merlin, così come è altrettanto vero l’attacco di
panico che ha avuto Carlo V alla notizia dell’attacco della lega di Smalcalda a Ingolstadt. Va
tuttavia ricordato che l’imperatore è uscito vittorioso dalla battaglia dopo aver tentato con tutte le
sue forze di controllarsi e reprimere la propria angoscia. Non a caso Carlo V era amato dalle truppe,
che guardavano a lui come a un uomo coraggioso e impavido. (“La forza e la fede. Vita di Carlo
V” di Pierpaolo Merlin, Laterza editore, 2004)

IV) Il Merlin riferisce l’angoscia provata da Carlo V mentre pensava alla frase di Erasmo, di cui
era un ammiratore. Gli astrolabi, la clessidra, i libri (il De bello gallico di Cesare è uno di questi) e
persino l’automa rientrano negli oggetti fatti portare dall’imperatore a Yuste. La Trinità del Tiziano,
portata a Yuste, venne effettivamente ribattezzata “L’Ultimo Giudizio” da Carlo V. L’ultima frase va però precisato- non è stata scritta in una lettera come è stato qua scritto, ma venne pronunciata da
Carlo al suo confessore. Del tutto fittizia è invece la vicenda del raggio di sole, di cui non abbiamo
menzione.
P.S. Nella seconda pagina è la foto del “Ritratto di Carlo V seduto” di Tiziano, 1548, Pinacoteca
Vecchia, Monaco di Baviera.


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