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Asimov l'orlo della fondazione .pdf


Original filename: Asimov l'orlo della fondazione.pdf
Title: L'orlo della Fondazione
Author: Isaac Asimov

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L'orlo della Fondazione
Isaac Asimov

Pubblicato: 1985
Categoria(e): Narrativa, Romanzo, Fantascienza, Space opera
e planet opera, Fantascienza Teconologica
Tag(s): "science fiction" "Ciclo delle Fondazioni" Asimov Fantascienza Space Romanzo science sci-fi

1

Prologo
Il Primo Impero Galattico stava crollando.
Erano secoli che si stava sgretolando e disfacendo, e solo un
uomo si rendeva pienamente conto della cosa. Quell’uomo era
Hari Seldon, l’ultimo grande scienziato del Primo Impero. Era
stato lui a perfezionare la Psicostoria, ovvero la scienza del
comportamento umano espressa in equazioni matematiche.
Il singolo individuo è imprevedibile, ma le reazioni delle masse, scoprì Seldon, possono essere studiate statisticamente: più
grandi sono le masse, più grande è la precisione che si può ottenere nei calcoli. E le masse umane che Seldon prese in considerazione erano quelle di tutti i milioni di mondi abitati della
Galassia.
Le equazioni di Seldon dicevano che, se lasciato a se stesso,
l’Impero sarebbe crollato, e che si sarebbero avuti almeno
trentamila anni di miseria e sofferenze prima che dalle rovine
nascesse un Secondo Impero.
Tuttavia, se qualcuno fosse riuscito a modificare alcune delle
condizioni esistenti, l’Interregno avrebbe potuto essere ridotto
a un periodo di appena mille anni.
Fu per questo motivo che Seldon diede vita a due colonie di
scienziati che chiamò Fondazioni. Di proposito le collocò «ai lati opposti della Galassia». La Prima Fondazione, il cui fulcro
erano le scienze fisiche, nacque alla luce del sole, e l’avvenimento ebbe larga risonanza. Non fu fatta parola invece dell’esistenza della Seconda Fondazione, un mondo di scienziati mentali ed esperti di Psicostoria.
Nella Trilogia della Fondazione è raccontata la storia dei primi quattro secoli di Interregno. La Prima Fondazione (comunemente nota col semplice nome di Fondazione, dato che quasi
nessuno conosceva l’esistenza dell’altra) era all’inizio una piccola comunità persa tra gli spazi vuoti della Periferia Esterna
della Galassia. Periodicamente affrontava una crisi, determinata dall’accavallarsi delle variabili relative ai rapporti fra gli uomini e alle correnti sociali ed economiche del momento. La sua
libertà di azione si dipanava lungo una sola e ben precisa linea
che, se seguita, permetteva lo schiudersi di nuovi orizzonti di
sviluppo.

2

Tutto era stato pianificato da Hari Seldon, morto ormai da
tempo.
La Prima Fondazione, con la sua scienza superiore, conquistò
i pianeti barbari che la circondavano. Affrontò gli anarcoidi signori della guerra che si erano staccati dall’Impero in decadenza e li sconfisse. Affrontò il resto dell’Impero stesso, unito sotto
il suo ultimo forte imperatore e sotto il suo ultimo forte generale, e lo sconfisse.
Pareva che il Piano Seldon procedesse alla perfezione, e che
niente potesse impedire la nascita, a tempo debito, del Secondo Impero, dopo un periodo intermedio il meno turbolento
possibile.
Ma la Psicostoria è una scienza statistica. Esiste sempre la
possibilità che qualcosa vada storto, ed effettivamente qualcosa successe, qualcosa che Hari Seldon non avrebbe mai potuto
prevedere. Dal nulla apparve un uomo chiamato “il Mulo”. Aveva poteri mentali in una Galassia che ne era carente, era in
grado di manipolare i sentimenti degli uomini e di condizionare
le loro menti in modo che i suoi più acerrimi nemici si trasformassero in servitori devoti. Gli eserciti non potevano, non volevano combatterlo. La Prima Fondazione crollò. Il Piano Seldon
pareva destinato al fallimento.
Rimaneva però la misteriosa Seconda Fondazione, che era
stata colta alla sprovvista dall’apparizione improvvisa del Mulo,
ma che adesso, lentamente, stava elaborando il contrattacco.
La sua miglior arma di difesa era il fatto che nessuno conoscesse la sua ubicazione. Il Mulo la cercò per completare la sua
conquista della Galassia. I componenti della Prima Fondazione,
che non si erano arresi al Mulo, la cercarono per chiederle
aiuto.
Né l’uno né gli altri la trovarono. Il Mulo fu fermato prima
dall’azione di una donna, Bayta Darell, e questo diede alla Seconda Fondazione il tempo di organizzare una difesa adeguata
e di neutralizzare definitivamente il Mulo. A poco a poco, la Seconda Fondazione si preparò a rimettere in vigore il Piano
Seldon.
Ma, in un certo senso, era uscita allo scoperto. La Prima Fondazione sapeva dell’esistenza della Seconda, e rifiutava l’idea
di un futuro di cui i mentalisti sarebbero stati i supervisori. La
Prima Fondazione era superiore in quanto a forza, e la Seconda

3

si trovava in svantaggio non solo per questo, ma anche per il
fatto di dover affrontare, oltre al compito di fermare la Prima,
il compito di riconquistare il proprio anonimato.
E questo scopo la Seconda Fondazione lo ottenne sotto la
guida di Preem Palver, il suo più grande Primo Oratore. Apparentemente fu la Prima Fondazione a vincere, a sconfiggere la
Seconda, ad acquistare sempre più potere nella Galassia. Ignorava però che l’altra Fondazione non fosse affatto scomparsa.
Sono trascorsi ora quattrocentonovantotto anni dalla nascita
della Prima Fondazione. Essa è al culmine della sua potenza,
ma un uomo si rifiuta di credere alle apparenze…

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Parte 1
Il consigliere

5

Capitolo

1

— Non ci credo, naturalmente — disse Golan Trevize, contemplando dall’ampia scalinata del Seldon Hall la città, che scintillava alla luce del sole.
Terminus era un pianeta dal clima mite, con un favorevole
rapporto acqua-terra. L’introduzione del controllo atmosferico
l’aveva reso ancora più confortevole ma meno interessante, almeno agli occhi di Trevize.
— Non ci credo minimamente — ripeté, e sorrise. I suoi denti
bianchi e regolari brillarono sulla faccia giovane.
Il suo compagno e collega consigliere, Munn Li Compor, che
aveva adottato il secondo nome Li sfidando la tradizione di Terminus, scosse la testa, visibilmente a disagio. — In cosa non
credi? Nel fatto che abbiamo salvato la città? Oh, ci credo, sì.
Perché l’abbiamo salvata vero? E Seldon disse che l’avremmo
salvata, e che sarebbe stato giusto farlo, e sapeva tutte queste
cose già allora, cinquecento anni fa.
Compor abbassò la voce e disse, quasi in un sussurro: —
Senti, con me puoi anche parlare in questo modo, tanto le
prendo come semplici chiacchiere, ma se ti esprimi a voce alta
in mezzo alla gente sentiranno anche altri, e non ho nessuna
voglia di trovarmi vicino a te quando il fulmine colpirà. Non sono così sicuro che la sua mira sia precisa.
Trevize continuò a sorridere, imperturbabile. — Che male c’è
a dire che la città sia stata salvata? E che l’abbiamo salvata
senza guerre?
— Non c’era nessuno da combattere — disse Compor.
Aveva i capelli biondo chiaro, gli occhi azzurro cielo, e aveva
sempre resistito alla tentazione di cambiare quei colori così
fuori moda.
— Non hai mai sentito parlare di guerra civile, Compor? —
disse Trevize. Era alto, aveva i capelli neri lievemente ondulati,

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e l’abitudine di camminare con i pollici infilati nella fusciacca
di fibre morbide che indossava sempre.
— Una guerra civile per decidere quale debba essere la
capitale?
— Il problema è stato abbastanza serio da determinare una
Crisi Seldon. La carriera politica di Hannis è stata distrutta. Tu
ed io siamo finiti candidati alle ultime elezioni del Consiglio e
la questione è rimasta in sospeso — ed imitò con la mano il lento movimento di una bilancia che si assestasse in posizione di
riposo.
Si fermò sulle scale, dimentico degli altri componenti il governo, dei media e dei membri del bel mondo vestiti all’ultima
moda, che avevano brigato per ottenere l’invito ad assistere al
ritorno di Seldon (o, per meglio dire, al ritorno della sua
immagine).
Tutti, scendendo le scale, parlavano, ridevano, esaltavano la
perfezione di ogni cosa, si beavano dell’approvazione di Seldon. Trevize rimase fermo e lasciò che la folla sciamasse via.
Compor, che aveva fatto due passi avanti si arrestò. I due
sembravano trattenuti da una fune invisibile. — Non vieni? —
disse Compor.
— Non c’è fretta. La riunione del Consiglio non inizierà fino a
che il sindaco Branno non avrà illustrato la situazione con i
suoi modi risoluti e la sua lentezza da una-sillaba-alla-volta.
Non sono affatto ansioso di sorbirmi un altro noiosissimo discorso. Guarda la città!
— La vedo: è uguale a com’era ieri.
— Sì, ma tu l’hai vista cinquecento anni fa, quando fu
fondata?
— Quattrocentonovantotto — lo corresse istintivamente Compor. — Fra due anni si celebrerà il mezzo millennio, e il sindaco
Branno sarà ancora in carica e lotterà come ora per impedire il
verificarsi di improbabili avvenimenti negativi.
— Speriamo — disse secco Trevize. — Ma a cosa assomigliava questo posto cinquecento anni fa, quando fu fondato? Era
una città, una piccola città abitata da un gruppo di uomini che
preparavano un’Enciclopedia che non mai finita!
— Ma sì che fu finita.
— Tu ti riferisci all’attuale Enciclopedia Galattica. Quella non
è l’Enciclopedia alla quale lavoravano loro: questa si trova in

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un computer e viene corretta quotidianamente. Hai mai dato
un’occhiata all’originale incompleto?
— Intendi quello del Museo Hardin?
— Il Museo Salvor Hardin delle Origini. Di’ il nome completo,
per piacere, visto che sei così pignolo riguardo alle date. Gli
hai dato un’occhiata?
— No. Dovrei?
— No, non ne vale la pena. In ogni modo, questi Enciclopedisti formavano il nucleo della città, una città piccola in un mondo praticamente privo di metalli che girava intorno ad un sole
isolato dal resto della Galassia. Un sole ai margini, proprio ai
margini estremi. Ed adesso, cinquecento anni dopo, siamo un
mondo periferico, un immenso parco, con tutto il metallo che si
vuole. Siamo al centro di tutto, ora!
— Non proprio — disse Compor. — Giriamo ancora attorno
ad un sole isolato dal resto della Galassia. Siamo sempre ai
suoi margini estremi.
— Ah no, lo dici senza pensare. Sta proprio qui il succo della
piccola Crisi Seldon che abbiamo appena attraversato: siamo
qualcosa di più del singolo pianeta chiamato Terminus. Siamo
la Fondazione, che arriva coi suoi tentacoli in tutte le parti della Galassia e la governa pur standone agli estremi confini. Possiamo farlo perché non siamo isolati, a parte che per la posizione, che però non conta.
— E va bene, hai ragione. — Compor era chiaramente poco
interessato, e scese un altro scalino. La corda invisibile tesa fra
di loro si allungò un poco.
Trevize allungò una mano come per indurre il suo compagno
a risalire gli scalini. — Non afferri il significato, Compor? C’è
quest’enorme cambiamento, ma noi non l’accettiamo. Nel nostro cuore siamo rimasti attaccati alla piccola Fondazione, al
piccolo mondo dei tempi antichi, i tempi dei ferrei eroi e dei
nobili santi che sono scomparsi per sempre.
— Ma va’ là!
— Dico sul serio. Guarda Seldon Hall. All’epoca delle prime
crisi e di Salvor Hardin era solo la Volta del Tempo, un piccolo
auditorio in cui appariva l’immagine olografica di Seldon,
nient’altro. Adesso è un mausoleo colossale, ma c’è forse una
scala mobile attivata da un campo di forza? Od uno scivolo? Od
un ascensore gravitazionale? Macché, non servirebbero,

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perché all’epoca di Salvor Hardin non si parlava di giacimenti
di metallo nel pianeta, né di metallo importato. Abbiamo persino tirato fuori vecchia plastica ingiallita dal tempo quando abbiamo costruito quest’enorme edificio, tutto perché i visitatori
provenienti dagli altri mondi si fermassero a dire: «Per la galassia! Che deliziosa vecchia plastica!» Te lo dico io, Compor, è
tutta una messinscena.
— È a questo allora che non credi? A Seldon Hall?
— Ed a tutto il suo contenuto — disse Trevize a bassa voce,
convinto. — Credo proprio che non abbia senso stare nascosti
qui ai margini dell’Universo solo perché lo facevano i nostri antenati: penso che dovremmo stare nel cuore della Galassia, al
centro degli avvenimenti.
— Ma Seldon dice che qui sbagli: il Piano funziona come
previsto.
— Lo so, lo so. E su Terminus si insegna ai bambini fin da
piccoli che Hari Seldon elaborò un Piano, previde tutto quanto
cinque secoli fa, creò la Fondazione in modo da poter riconoscere certe crisi, la sua immagine è apparsa olograficamente
ad ogni crisi, e ci ha guidato attraverso mille anni di storia, così che potessimo fondare senza rischi un secondo e più grande
Impero Galattico sulle rovine della vecchia struttura decrepita,
crollata cinque secoli fa, e disgregatasi completamente due secoli fa.
— Perché mi dici tutte queste cose, Golan?
— Perché voglio che tu capisca che è una messinscena: è tutta una messinscena. Oppure, se anche era una realtà all’inizio,
ora non lo è più. Non siamo i padroni di noi stessi, non siamo
noi che seguiamo il Piano.
Compor guardò l’altro con occhi scrutatori. — Hai fatto discorsi di questo tipo altre volte, ma ho sempre pensato che tirassi fuori teorie ridicole per stuzzicarmi. Adesso invece, per la
Galassia, penso che parli sul serio.
— Certo che parlo sul serio!
— Com’è possibile? O hai scelto un modo abbastanza complicato per prenderti gioco di me, o sei pazzo.
— Né l’una né l’altra cosa — disse Trevize, tranquillo, ed infilò i pollici nella fusciacca come se non avesse più bisogno di
gesticolare per sottolineare le sue convinzioni. — È vero, ho già
riflettuto in passato sulla faccenda, ma allora si trattava di

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