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A cura di Marco Cabras - Dicembre 2016 - Fazi Editore

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U
M
.
1

ArchitArt

Lo choc dell’arte contemporanea

Riuscirà l’arte a mantenere quanto promette?
Cosa ci aspettiamo che l’arte ci dia?
Ma proprio perché deve essere nuova,
l’arte diventa presto obsoleta.

NELLA STORIA DELL’UMANITÀ NON C’ERA MAI
STATA TANTA OFFERTA DI ARTE. PERCHÉ?
Dalla visita al gran numero di biennali risulta evidente il tentativo dell’arte
di rendere comprensibile un mondo che mai come oggi è stato caratterizzato dalla
presenza di opere artistiche.
Mai come oggi l’arte è stata raccontata dal suo
interno alla società così volentieri. Nel solo
mese di settembre abbiamo assistito all’apertura di un numero incredibile di biennali d’arte in tutto il mondo, da quella cinese di Chengdu a quella di Lione, dal titolo «Une terrible
beauté est née»; poi la Biennale di Mosca curata da Peter Weibel con «Rewriting Worlds»,
Istanbul, con la sua programmatica biennale
«Untitled», la sorprendente biennale di Pechino e infine, cuore di tutte le biennali, quella,
già aperta da giugno, di Venezia, dove l’esoterismo caratterizza l’esposizione «ILLUMInazioni» curata da Bice Curiger. Gli artisti esposti
non si contano, le ripetizioni sono consuete, ma
consapevoli. L’arte contemporanea partorisce
a velocità sorprendente un canone di cultura.
Visitando le biennali si rafforza questa impressione: l’arte contemporanea ha smarrito il
senso del presente. Si procura testimonianze
dall’arte moderna o scomoda gli antichi maestri
perché ci spieghino che cosa significa la parola
«contemporaneità». A Venezia tre giganteschi
dipinti di Tintoretto hanno avuto il compito
di spiegare l’aspetto attuale e visionario del
nostro panorama artistico contemporaneo.
L’arte contemporanea viene così soffocata in
tal modo che può solo dispiacere, cosa che non

giova neanche alle opere dello straordinario
pittore Jack Goldstein. A Lione Alberto Giacometti viene sorprendentemente mescolato ad altro: i suoi ritratti sono appesi in una
sala accanto ai grotteschi volti color pastello di Marlene Dumas e ai lunghissimi fili di
lana di Cildo Meireles che rendono difficoltoso il passaggio e terminano all’angolo
nello spazzolone di una scopa. Perché l’arte contemporanea è così poco consapevole di sé? O forse questa commistione è il segno che stiamo passando in una nuova era?
Alla Biennale di Venezia si è distinto l’artista
belga di installazioni, performance, video Angel Vergara, che ha esposto l’opera dal simpatico titolo di «Feuilleton» nel padiglione
nazionale. Al suo interno vediamo su grosse
tele pagine in movimento di noti giornali in
bianco e nero che una mano con un pennello tenta incessantemente di afferrare, mentre
su una superficie di vetro sovrastante l’artista
dipinge cercando di imitare i movimenti. Il risultato è un dipinto astratto in colori impressionistici su lastre di vetro. Questo maldestro
tentativo di stare al passo in qualche modo
con il mondo dei media corrisponde al tentativo dell’arte di cercare un’evoluzione invece di
basarsi sulle proprie forze dopo averle trovate.

rore in cui ci si sente confusi e desiderosi di
uscire, tormentati dallo spettacolo crudele di
cervelli scoperchiati, si ritrovava all’esterno
il sollievo catartico di non dover più assistere a questa pazzia. Anche questo è un aspetto della nostra quotidianità. Ma come arte
del XXI secolo? Non è che la replica di tutti
i contenuti che possiamo facilmente richiamare navigando in internet. Le espressioni
artistiche hanno grande peso all’interno della
nostra società. Ci sono più persone che vanno al museo che non allo stadio. Il problema è la segregazione come somma di calo di
credibilità, mancanza di movimento, pericolo di qualunquismo. Non esiste un «aldilà»
della simbolicità digitale, ma ciò che viene
mostrato riguarda tutto, non solo l’estetica.

Un esempio simile era dato dal padiglione
svizzero, zeppo all’inverosimile di roba. Thomas Hirschhorn vi aveva creato, e lo si notava
subito, un universo contemporaneo del tutto
sconsigliabile agli animi sensibili. Dal punto di
vista tematico si dimostrava molto attuale: attorno ad attrezzi ginnici impacchettati in fogli
di alluminio e sedie da giardino ricoperte di telefonini si srotolavano metri di nastro adesivo
a cui sono appese migliaia di fotografie dall’argomento «nefandezze da tutto il mondo».
Queste immagini sono di una brutalità senza pari. Mostrano tutto ciò che per riguardo
ci viene risparmiato dai media: teste dilaniate dalle bombe, la realtà della guerra dietro la facciata mediatica. Dopo soli quindici
minuti trascorsi in compagnia di questo or-


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