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Long John 70 anni Corriere dello Sport Roma 24 01 2017 .pdf



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Title: Long John 70 anni - Corriere dello Sport Roma - 24-01-2017
Author: LN

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MARTEDÌ 24 GENNAIO 2017
www.corrieredellosport.it

ALLEGATO GRATUITO AL NUMERO ODIERNO
DEL CORRIERE DELLO SPORT STADIO

24 gennaio 1947
24 gennaio 2017

Oggi la leggenda
biancoceleste
avrebbe compiuto
settant’anni,
abbiamo voluto
dedicargli questo
speciale per
ricordare la sua
grande lazialità

«Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia». Un coro, questo, che ha acceso la passione dei tifosi laziali per generazioni. Long John, l’attaccante che non può passare al Frosinone, mezzo emigrante e mezzo bad boy, è
la prima vera icona biancoceleste. Era arrivato dall’Internapoli dove andava a dormire senza togliersi gli
scarpini per poter calciare meglio il giorno dopo. Per
i suoi tifosi è stato molto più del centravanti dei ventiquattro gol, l’eroe dello scudetto che si lanciava la
palla da solo. È stato un simbolo di identità, un’icona di rivalsa, il centro e il cuore di una squadra divi-

sa eppure unita, tra gol e pistole. È il bomber col fucile Winchester che si gioca il futuro in nazionale per
un “vaffa” in mondovisione a Valcareggi contro Haiti nel disastro tedesco al Mondiale del 1974. È l’eroe
dei tre mondi, che ha conquistato l’America dopo l’Italia e il Galles dove a scuola lo vollero nella squadra
di rugby ma Ivor Allchurch, una leggenda del calcio
nazionale, gli profetizza un grande futuro «Un giorno, Giorgio, tu sarai famoso come Bobby Charlton»
gli dice. Il tempo gli darà ragione. E quel grido di battaglia risuonerà per anni.

©MARCELLO GEPPETTI MEDIA COMPANY S.R.L.

GIORGIO CHINAGLIA È ANCORA IL GRIDO DI BATTAGLIA

Giorgio Chinaglia
Giorgio Chinaglia

MARTEDÌ 24 GENNAIO 2017

Dal treno dei desideri ai trionfi con la maglia della Lazio
e dei Cosmos fino alle presidenza. Il racconto della vita
del numero 9 che ha entusiasmato i cuori biancocelesti

GIORGIO
CHINAGLIA
È IL GRIDO
DI BATTAGLIA
LA PRIMA VITA
La svolta della vita Giorgio Chinaglia la
conobbe nel 1955, all’età di 8 anni. Otto
anni: un bambino. Sano e robusto, ma
impetuoso e ribelle Al quale non fu concesso il tempo di esaurire la propria infanzia. Viveva con la nonna Clelia nel
casolare di famiglia a Pontecimato, periferia di Carrara, dove il vento portava
le polveri bianche dalle cave di
marmo a ricoprire le strade e
i panni stesi. Ma il vento che
scendeva dai monti fino a
far schiumare il mare non
era riuscito ancora a spazzar via le scorie della guerra.
Mancava il lavoro e mentre
la famiglia cresceva il portafoglio di papà Mario Chinaglia dimagriva.
Quando, tre anni dopo il
primogenito, venne alla
luce la piccola Rita, Mario
salutò la famiglia e andò a
cercare fortuna a Cardiff, Gal-

ARCHIVIO CENTRO STUDI NOVE GENNAIO MILLENOVECENTO

IL RACCONTO
IL RACCONTO

2 CORRIERE DELLO SPORT / STADIO

Giorgio Chinaglia

MARTEDÌ 24 GENNAIO 2017

Giorgio Chinaglia

CORRIERE DELLO SPORT / STADIO 3

Giorgio era partito bambino da Milano e quando dopo tre giorni di viaggio
aveva toccato Cardiff, era già un uomo.
LA SECONDA VITA
Lo chiamavano “Giant”, gigante, i compagni della St. Peter’s School, perché era
grande e grosso. Sì, anche il peso abbondava, aveva una pancetta prominente e
cosce rotonde. Eppure senza perdere in
agilità. Tanto da essere subito arruolato nella squadra di rugby dell’istituto,
dove si batteva come un leone gettando nelle mischie e nel fango dei campi
tutta la sua rabbia: verso le severe suore della St.Peter’s che lui aveva ribattezzato “i carabinieri”, verso i compagni di scuola che lo prendevano in giro
per quella sua parlata strana e lo chiamavano con spregio “The wop”, che si
potrebbe tradurre con “zotico immigrato”; verso una lingua che non riusciva

DI FRANCO RECANATESI

IL RACCONTO

IL RACCONTO

les, come operaio in una fonderia. Due
anni dopo Mario chiamò a sé anche
Giovanna. Giorgio aveva cinque anni
quando rimase senza genitori, affidato
con la sorella Rita a nonna Clelia, forte e premurosa, la colonna della famiglia. Sfogava la sua angoscia nel gioco del pallone. Era il più bravo. E il più
tignoso. Una volta, quando una sfida
con i ragazzini di Piazza della Repubblica lo vide sconfitto, non dormì per
una notte intera. Nonna Clelia lo curava come il fiore più prezioso del suo
giardino, usando tutto il suo amore e la
sua esperienza per placarne le inquietudini. “Quando tu sei triste, quando ti
vengono in mente cose brutte – gli disse un giorno - tu pensa che prima o poi
spunterà l’arcobaleno e la vita tornerà
a sorriderti. I tuoi genitori sono andati
a prenderlo, fra poco lo troveranno e ti
chiameranno”.
La chiamata arrivò nel gennaio del 1955.

Nonna Clelia lo curava come il fiorepiù prezioso del suo giardino e gliripeteva: «Quando sei triste, quandoti vengono in mente cose brutte,tu pensa che prima o poi spunteràl’arcobaleno e la vita ti sorriderà»Mettendo da parte tutti i loro risparmi,
i genitori spedirono a Pontecimato due
biglietti ferroviari con la data del 16 febbraio. Nonna Clelia chiamò i due bambini, prese loro le mani e disse: «Papà e
mamma hanno trovato l’arcobaleno».
Il grande giorno, all’alba, Clelia vestì i
due bambini con maglioni di lana grossa. Su quello di Giorgio aveva cucito un
quadrato di tela con la scritta Chinaglia
111 Richmond Road – Cardiff – Wales.
«Se vi perdete, fate vedere questa targa»,
raccomandò. Poi presero il treno locale
per Genova e di lì la coincidenza per Milano. Alla stazione Centrale trovarono
un angolo nella sala d’aspetto della terza
classe – sporca e puzzolente – dove riuscirono a prender sonno avvolti in una
coperta. La mattina dopo, alle prime
luci, Nonna Clelia consegnò ai nipoti
un pacco con pane, lardo, marmellata
e una bottiglia d’acqua, insieme ad un
foglietto con le istruzioni e pochi spiccioli. Infine, s’inginocchiò e li abbraccio trattenendo le lacrime: «Ricordatevi che siete di Carrara – disse baciandoli – gente di marmo». Il treno per Calais
partì alle 6.32 in punto. Giorgio non perse mai di vista la sorella, che a sua volta
cercava sempre la sua mano.
La stazione di Cardiff venne annunciata da un altoparlante dal tono così alto e
gracchiante da far sobbalzare ogni passeggero. Giorgio e Rita pulirono freneticamente il vetro appannato per guardare fuori, ma videro solo mulinelli di
neve. Scesero per ultimi tenendosi per
mano. Erano da poco passate le sei del
mattino. Quando la nebbia si diradò,
davanti ai loro occhi si stagliò la figura
imponente di un uomo che corse loro
incontro soffocandoli con un abbraccio
felice e disperato. Padre e figli si riunivano dopo tre anni di doloroso distacco.

a immagazzinare. Il rugby, inoltre, gli
consentiva di saltare qualche lezione e
di beneficiare della tolleranza di suore
e insegnanti verso il suo impegno molto scarso negli studi.
Bene o male Giorgio riuscì sempre a
sfangarla, approdando all’età di 11 anni
alle scuole superiori. Dopo tre anni,
dunque, dovette cambiare istituto e abitudini. Al Lady Mary’s Grammar School si accostò meno timido e impacciato, ormai padrone della lingua – anche
se involgarita da molte rozzezze e da
uno slang decisamente originale – con
un fisico più asciutto e persino un pizzico di sfrontatezza. Più maturo e sicuro di sé, veniva spesso accompagnato da Andrea Del Nero, un caro amico
del padre, che molto tempo dedicava a
Giorgio, cui lo legava, oltre all’affetto, la
grande passione per il calcio: lo accompagnava a scuola e lo aiutava nei compiti, ma sempre più spesso libri e quaderni venivano chiusi dopo pochi minuti per scendere giù al parco e organizzare partite a pallone.
Del Nero aveva scovato una squadretta
di quartiere dove far valere il suo campioncino. Si chiamava Ely Bridge, una
squadra giovanile che un giorno andò
a giocare a Newport, una cittadina a
pochi chilometri da Cardiff. Chinaglia
mise a segno tre gol, la sua squadra vinse 4-1 e il viaggio di ritorno fu un inno
all’immigrato italiano, eletto dai compagni “the best of the match”. La maglia
dell’Ely Bridge era a strisce orizzontali
bianche e celesti.
Giorgio stava diventando un piccolo
boss. Sempre più spavaldo. Sempre più
inglesizzato. Portava sulla testa uno strano cappellino, piccolo e verde, per cui i
compagni lo chiamavano “Pinocchio”.

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Giorgio Chinaglia

CORRIERE DELLO SPORT / STADIO 5

Giorgio Chinaglia

DI FRANCO RECANATESI

di “professionista”.
Nonostante un precampionato da protagonista (due gol in amichevole contro il Marthyr Tydfil e una incoronazione dall’”Evening Post” come “star della partita”, il gigante italiano cominciò il
campionato 1965/66 in panchina. Era il
14 ottobre del 1965 quando un’ecatombe di titolari (cinque infortunati) offrì finalmente al diciottenne Chinaglia l’occasione del debutto stagionale con i titolari in una partita di Football League
Cup a Rotherham. Fu però un esordio
opaco che gli costò altri quattro mesi di
gol facili ma inutili tra le riserve.
Giorgio era diventato nervoso, pigro negli allenamenti, sempre più disordinato
e irascibile, interessato più alla vita notturna che non a quella sportiva.
Mario, il papà-manager, capì che oramai le speranze di una ricucitura erano ridotte al lumicino. A fine stagione
volò in Italia per trovare al figlio una sistemazione vicino casa, una squadra toscana di serie C (allora il regolamento
prevedeva almeno tre anni in terza categoria per i giocatori italiani provenienti da federazione estera). Trovò l’accordo con la Massese: 250.000 lire al mese
per il centravanti, 18 milioni di provvigione per sé, quale mediatore.

IL RACCONTO

Godeva dell’ammirazione di amici anche più grandi di lui. Il fatto di essere
bravo nello sport gli regalava rispetto.
E anche invidia. Solcava con gli amici la grande Road East, cominciava a
bere qualche birra nei localacci di Havanna Street e Harbour Drive, sulla baia
di Bristol, che appiccicavano sui vestiti la puzza degli hotdogs. Bivaccava nei
bar dei docks pieni di marinai e minatori ubriachi. E quando babbo Mario
acquisì una partecipazione nel “Cellar
Bar”, Giorgio lavorava di notte servendo ai tavoli e lavando le stoviglie. Un
carico pesante considerando la sveglia
alle 7 del mattino per andare a scuola,
ma ciò gli consentiva di avere sempre
qualche pound in tasca che spendeva
quasi tutti in capi di abbigliamento alla
moda. Portava i pantaloni a zampa d’elefante, camice aderentissime e basettoni. Come i Beatles, una giovane band di
Liverpool la cui musica stava invadendo il Regno Unito.
Ma di studiare, Giorgio non voleva proprio saperne. Risse, lezioni marinate,
ogni tipo di bravata. Era ormai un capetto, con molti seguaci alle spalle, etichettati come gli “Hard boys”. Se quell’irrequieto ragazzo italiano non veniva cacciato dall’istituto, lo doveva ai suoi me-

IL RACCONTO

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I compagni della St. Peter’s School lochiamavano ‘‘Giant’’, il gigante ma agiletanto da essere subito arruolato nellasquadra di rugby dell’Istituto dovesi batteva come un leone nel fangoriti sportivi. Riuscì a sfangarla anche
quando strappò il parrucchino dalla
testa dell’insegnante di musica; e persino con miss Mahoney, l’insegnante di arte, trentenne, occhi verdi, fisico
da pin-up, ma timida e riservata, alla
quale Giorgio riservava apprezzamenti piuttosto pesanti. Quando lei minacciò di denunciarlo al preside, “the wap”
candidamente rispose: «Cosa ci posso
fare se sei bellissima».
Era avviato su una brutta china il “ragazzaccio” di Carrara, finché un santo
protettore venne a prenderlo per i capelli mettendolo in salvo. Un santo dalla forma rotonda, di cuoio e a spicchi:
santo Pallone.
Per sua fortuna e dei colori del “Lady
Mary’s”, di gol Chinaglia ne segnava
a grappoli. Arrivò a farne otto in una
sola partita del campionato interscolastico under 15, che il suo college vinse comandando la classifica dalla prima all’ultima giornata.
Un sabato benedetto, il “Lady Mary’s”
giocò contro il “Patrick’s School” allenato da Terry Stevens, uno dei tre selezionatori del settore giovanile del Cardiff City, la squadra più prestigiosa del
Paese, anche se momentaneamente costretta a navigare in Seconda divisione.
Giorgio figurò come al solito una spanna sopra tutti gli altri. Il giorno dopo, il
tecnico del Cardiff si presentò davanti
al padre del quindicenne bomber con
il contratto in mano.
Grazie anche a una maggiore solidità
economica, e quindi alla pace domestica raggiunta da Mario, che aveva acquistato un locale di successo, il “Bamboo Bar”, Giorgio potette affrancarsi dal
ruolo di lavapiatti notturno, riposare,
allenarsi per bene e rendere al meglio.
Tanto da attirare le attenzioni dei dirigenti dello Swansea, la seconda squadra del Galles per storia e numero di tifosi. l’unica, assieme al Cardiff, ammessa alla Premier League, ma che ora navigava in terza divisione. L’accordo fu
presto raggiunto con un contratto da
“apprendista professionista” per due
anni, poi sarebbe scattata la qualifica

LA TERZA VITA
Giorgio accettò, ma senza entusiasmo.
Si sentiva più “inglese” che italiano, gli
dispiaceva separarsi dai suoi amici, dalle
sue abitudini, da sua madre, da Betty, la
sua ultima infatuazione. Neanche l’abbraccio con nonna Clelia e il profumo
di casa riuscirono a strappargli il magone che gli pesava sullo stomaco. Neanche la fiammante Fiat 124 spyder, dono
del presidente della Massese, Tongiani,
con la quale nel mese di agosto raggiunse Castiglione di Garfagnana, un piccolo centro appenninico a 500 metri d’altezza, dove la squadra si trovava in ritiro.
Resistette tre giorni, poi fuggì da nonna
Clelia. Ma fu perdonato.
La prova generale della Massese per
il debutto nel campionato di Serie C
1966/67 fu un’amichevole di lusso contro una squadra di rango, la Lazio di
Cei, Pagni, Carosi, Marchesi, D’Amato,
il turco Can Bartù, allenata da Umberto
Mannocci, ai nastri di partenza con discrete ambizioni che poi sarebbero naufragate in un quindicesimo posto. E fu
proprio alla Lazio che Chinaglia segnò
i primi gol italiani, una doppietta che
strappò gli applausi ai 3.000 spettatori
di uno stadio “Degli Oliveti” stracolmo.
La Massese chiuse al settimo posto, il
suo acquisto “inglese” segnò solo 5 gol
(anche per via della naja) ma giocò da
leader. Tutto sommato l’ esordio nel
calcio italiano di Chinaglia poteva dirsi soddisfacente, impreziosito dalla prima maglia azzurra, quella della rappresentativa Under 21 di Serie C: fu proprio lui, a Udine, a firmare il gol della
vittoria per 2-1.
Quando il sergente della compagnia atleti lo vide, piegò la bocca in una smorfia
per niente rassicurante: quel soldato che
gli era stato presentato come “una grande promessa del calcio italiano” era un
ragazzone ingobbito, grasso e scarmigliato, con i baffi e il pizzetto e due occhi
stralunati perché l’ultima ora del viaggio in macchina con “zio” Andrea aveva dormito. E parlava in maniera strana, mangiandosi spesso le consonanti.
Assegnato alla Compagnia Atleti, China-

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Giorgio Chinaglia

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Giorgio Chinaglia

«Sono qui per fare go’, il mio mestiere
è fare go’» ripeteva Chinaglia sorridente
col suo accento anglo-toscano il giorno
della presentazione all’Internapoli, squadra
dove conobbe il suo amico-capitano Wilson
glia cominciò ad allenarsi di buona lena agli ordini di Romolo Alzani, ex giocatore della Lazio, assieme agli altri giocatori-militari.
C’erano Juliano del Napoli, Enzo
della Roma, Giancarlo Oddi della Lazio che sarebbe diventato il
suo “gemello”, e anche Dino Zoff
e Gigi Riva che però assai spesso
godevano di “permessi speciali”.
Ma l’insofferenza verso ogni regola disciplinare ancora una volta
lo tradì. Fu sorpreso mentre, una
sera, tentava di scavalcare il muro
della caserma per una puntatina
nella notte romana e sbattuto in
cella di rigore. Vi rimase parecchi
giorni, entrando in confidenza con
i suoi secondini che gli portavano
caffè, panini, giornali, le parole crociate. Era un giovedì, giovedì mattina, quando, con il “Corriere dello Sport” in mano, il caffè gli andò
di traverso. Il titolo recitava: “Chinaglia all’Internapoli”.
Rimase di sasso. Dalla Massese aveva avuto la promessa che a capo dei
tre anni prescritti dal regolamento
federale lo avrebbe ceduto in Serie
A, possibilmente alla Fiorentina, con la
quale la società aveva ottimi rapporti.
Ma adesso?
Alle 4 del pomeriggio, mentre nella testa gli frullavano foschi scenari, fu condotto in un ufficio del carcere dove ad
attenderlo c’erano tre signori vestiti di
scuro. Il primo si presentò: «Mi chiamo
Carlo De Gaudio, sono il vice presidente dell’Internapoli».

Allungò la mano:
«Congratulazioni, lei è un nostro nuovo acquisto. Direi il più importante. E
il più costoso. E fra due anni saranno
parecchie le squadre di serie A che la
cercheranno».
Chinaglia andò al sodo:
«Il giornale dice che mi avete pagato
cento milioni: è vero?».
«Qualcosa di meno, 88 milioni. Comunque una cifra record per la Serie C. Que-

sto le dice quanta fiducia abbiamo in lei. E sulle ambizioni dell’Internapoli. Il suo ingaggio sarà di 600.000 lire, in
più avrà 50.000 lire per ogni
punto in classifica e 100.000
per ogni gol segnato».
Il sorriso di Chinaglia valeva una firma.
Alla conferenza stampa di
presentazione, il giocatore
non fece altro che ripetere
col suo accento anglo-toscano «sono qui per fare go’,
il mio mestiere è fare go’». E
al raduno della squadra, ad
Ariano Irpino, lasciò a bocca aperta compagni e tifosi presentandosi con un
impermeabile verde sopra
pantaloni rossi e un ombrello a pois appeso ad un
braccio. L’allenatore Arnaldo Sentimenti, il secondo
della celebre dinastia, lo
squadrò dalla testa ai piedi senza grande interesse, preoccupato più dalla
decina di chili di sovrappeso che non
dall’eccentrico abbigliamento. Pino
Wilson, il capitano, e altri compagni di
squadra presero a fischiettare “Yellow
submarine”, il celebre motivo dei Beatles ai quali il nuovo centravanti si era
chiaramente ispirato.
La prima volta che Chinaglia vi mise
piede, lo stadio San Paolo gli sembrò
un guscio vuoto. Eppure sulle tribune

Giorgio Chinaglia

MARTEDÌ 24 GENNAIO 2017

Fu invece un anno piuttosto deludente nel quale il bomber rimase coinvolto, riscattato da una seconda stagione
in cui sotto la guida di Luis Vinicio l’Internapoli sfiorò la promozione e Chinaglia segnò 14 reti, ingolosendo mezza serie A. Versando all’Internapoli 180
milioni sull’unghia, la Lazio di Umberto Lenzini bruciò sul traguardo Fiorentina, Milan e Napoli. E in più strappando alla concorrenza anche Pino Wilson
con 110 milioni più il giovane Martella.
Chinaglia andò a Roma e si accordò con
Lenzini per un ingaggio di 18 milioni
l’anno, ma il suo pensiero corse subi-

LA QUARTA VITA
Domenica 28 settembre 1969, Olimpico gremito da 65.000 spettatori. Era
la terza giornata di campionato. Al debutto contro il Torino, l’allenatore Juan
Carlos Lorenzo aveva tenuto Chinaglia
in panchina. La domenica dopo, a Bologna, Giorgio aveva debutta in serie A
subentrando a Ferruccio Mazzola e lasciando perplessi tecnici, pubblico e
giornalisti. Ma ora a sorpresa, la squadra neopromossa si presentava contro il
Milan campione d’Europa con il gigante toscano titolare al centro dell’ChiDattacco. Anche se con la maglia numero

DI FRANCO RECANATESI

Alla fine della prima stagionecon la maglia della Lazio, il 9 lugliodel 1970, una folla numerosa di amicie tifosi applaude il matrimoniotra Giorgio e Connie davanti la chiesadi San Vincenzo Palotti, al Vomero-

10 perché il 9 lo indossava Ghio.
Dopo dieci minuti, con uno scatto bruciante e un tiro rasente il palo, Chinaglia sfiorò il gol. Poi Cudicini deviò con
la punta delle dita un suo rasoterra preciso. Dopo un’ora di partita, ancora sullo 0-0, sul cielo di Giorgio comparve lo
stesso arcobaleno che a Cardiff aveva
accompagnato il riscatto di tutta la sua
famiglia. Galoppò veloce sulla fascia
destra, con quel suo stile un po’ sgraziato ma travolgente, Maldera allungò
la gamba e gli tolse la palla passandola
a Malatrasi, il quale a sua volta la toccò
indietro per Cudicini. Un tocco troppo
debole, però, sul quale si avventò come
un falco Chinaglia, puntatina di destro
e gol. Il primo gol in Serie A del nuovo
bomber. Sotto la Sud, la curva “nemica”. L’Olimpico esplose in un boato che
fece tremare i vetri degli edifici circostanti. Rimase l’unico gol della partita,
il gol di una clamorosa vittoria su una
delle pretendenti allo scudetto.
“Chinaglia incontenibile”, scrisse il “Corriere dello Sport”. E il suo direttore, Antonio Ghirelli, lo elesse migliore in campo assieme a Wilson.
Tre settimane dopo Chinaglia segnò la
prima doppietta, in casa contro la Fiorentina. Ancora tre domeniche e arrivò il primo gol in trasferta, a Palermo,
in tuffo di testa su traversone di Mazzola. I giornali cominciarono a prospettare per lui la maglia azzurra. Era nato
un campione. E un idolo per la tifoseria biancoazzurra.
Sarebbero state 12, alla fine le reti segnate dal centravanti esordiente (quarto cannoniere dietro Riva, Vitali e Anastasi), che tranne la prima saltò poi una
sola partita. E che fosse un attaccante
da Nazionale lo ufficializzò il commissario tecnico Ferruccio Valcareggi, inserendolo nella lista dei 40 per i mondiali che bussavano alle porte, anche
se poi non avrebbe fatto parte dei 23
che partirono per la gloriosa avventura messicana, culminata con lo storico
4-3 alla Germania.
Poche settimane dopo la fine del campionato in cui la Lazio si piazzò all’ottavo posto, il 9 luglio del 1970, una radiosa giornata di sole incorniciò le nozze
fra Giorgio e Connie. Quando la sposa,
in uno splendido abito bianco corto e il
velo sul viso, scese dalla Bentley bianca
davanti la chiesa di San Vincenzo Pal-

IL RACCONTO

to a Connie. Figlia di un ufficiale della
Nato, Connie Eruzione, dai capelli corvini e il sorriso al miele e di un anno
più grande, aveva catturato il suo cuore. Fu la prima alla quale Giorgio confidò la conclusione della trattativa. Alle
cinque del pomeriggio, nel salone della
sua casa al Vomero. Connie lo abbracciò,
si baciarono a lungo. «Sei sola?», chiese
Giorgio. Lei annuì con il capo. Lo prese per mano e lo guidò sul divano del
salotto. Rimasero abbracciati a parlare
per un po’. Lui le disse che voleva sposarla presto e portarla a Roma con sé.
Si baciarono con dolcezza, gli occhi celesti di lui a frugare negli occhi verdi di
Connie. Squillò il telefono, ma nessuno
rispose. Si scambiarono il calore delle
labbra, il tremore delle mani, i battiti
del cuore. Connie si alzò, lo prese per
mano e lo condusse nella sua camera,
lasciandosi spogliare come un fiore che
disperde i petali al vento. Nudi sul letto si giurarono amore eterno. E in cuor
loro pregarono che quella prima volta
fosse una parentesi senza fine.

CORRIERE DELLO SPORT / STADIO 7

IL RACCONTO

sedevano non meno di 15.000 tifosi L’eco dei loro cori rimbalzava da una curva all’altra con gran clamore. Non erano certamente pochi considerando che
si trattava di un’amichevole di fine agosto e che la squadra di casa, l’Internapoli, era iscritta al campionato di Serie
C. L’avversario, la Lazio, era sì di buon
lignaggio, ma appena caduto in Serie B
dopo un rovinoso quindicesimo posto.
Sembrava un segno del destino: era la
seconda volta, da quando aveva fatto ritorno in Italia, che Chinaglia affrontava, senza saperlo, il suo futuro. La prima cadde nell’estate del 1966, alla vigilia del suo debutto con la Massese e finì
con un pareggio, 2-2, e una doppietta
personale. Questa volta finì 1-1
Ebbe un ottimo comportamento l’Internapoli e fece un figurone il suo nuovo
centravanti, che il “Corriere dello Sport”
definì “un giovane veramente talentuoso, forte nel tackle, rude negli interventi,
sbrigativo nelle conclusioni”. La Lazio,
evidentemente, gli portava fortuna. E i
tifosi cominciarono a sognare.

Giorgio Chinaglia

Giorgio Chinaglia

MARTEDÌ 24 GENNAIO 2017

Giorgio Chinaglia

CORRIERE DELLO SPORT / STADIO 9

DI FRANCO RECANATESI

IL RACCONTO

IL RACCONTO

lotti, al Vomero, un applauso si levò da
una folla numerosissima di amici e tifosi. Suo padre Vincenzo l’accompagnò all’altare dove Giorgio, giacca viola e pantaloni bianchi, l’attendeva visibilmente emozionato.
Non fu una stagione felice per la Lazio,
quella che seguì il matrimonio di “Long
John”. L’antipasto della Coppa delle Fiere
fu un presagio. Finì 2-2 la nervosa partita all’Olimpico contro l’Arsenal. I giocatori biancoazzurri erano furibondi e
la cena conviviale all’Augustea finì con
una rissa gigantesca.
Fra polemiche, litigi, insulti, il campionato cominciò male e finì peggio: penultimo posto, retrocessione in serie B.
Anche il tanto celebrato bomber venne messo dai tifosi sulla graticola per
avere segnato solo 9 gol. Dall’altare alla
polvere, Giorgio veniva insultato per la

Maestrelli trovò nell’ex piantagrane Chinaglia un quinto figlio. Giorgio cominciò a frequentare la famiglia del proprio
allenatore, con Giancarlo Oddi erano
diventati di casa. Ogni venerdì partecipavano al rito del riso e piselli, il piatto preferito da Tommaso che la signora Lina cucinava da par suo, e colmavano di regali i due gemelli che impazzivano di gioia e divennero i laziali più
scatenati fra tutti i tifosi. Una volta che
il padre raccontò loro di quando da calciatore aveva indossato la maglia giallorossa si guardarono in faccia disgustati
e gli dissero: «Non ti sei vergognato?».
Nel tepore di un ritrovato clima familiare, Chinaglia aveva recuperato l’allegria, la grinta, i gol. Vinse la classifica dei cannonieri con 21 reti, in coppia
con Peppiniello Massa (12) squarciò le
difese di tutta la cadetteria trascinando
la Lazio all’immediato riscatto.

Alla notizia dell’esonero di Lorenzobattè i pugni sul tavolo di Lenziniquando seppe dell’avvicendamentocon Maestrelli: «Mandiamo via Lorenzoper prendere un allenatore di Serie B!»
strada anche in presenza di sua moglie.
Quando Connie rimase incinta, decise
che sarebbe stato meglio passare un po’
di tempo a Napoli, in casa dei genitori.
Come prassi calcistica vuole, a fare le
spese del fallimento della squadra fu
l’allenatore. Chinaglia non accolse con
favore l’allontanamento di Lorenzo e
battè i pugni sul tavolo di Lenzini quando seppe dell’avvicendamento con Tommaso Maestrelli: «Un allenatore di serie
B! Mandiamo via Lorenzo per prendere
un allenatore di serie B!». I tifosi, innamorati di Don Juan, la pensavano come
lui. Furono giorni di grande contestazione, durante i quali Chinaglia pensò se
gli convenisse restare in quel caravan
serraglio o svignarsela verso una delle
tante squadre che lo avrebbero accolto a braccia aperte. A rimanere lo convinse proprio Maestrelli. «Giorgio – gli
disse – tu sei l’unico giocatore che può
riportare la Lazio in serie A». E aggiunse: «Se te vai tu me ne vado anch’io». Fu
quella frase, probabilmente, a scuotere il bomber. E a gettare la prima palata
di cemento su un’amicizia che sarebbe
durata per sempre.

A 25 anni, padre di una bellissima bambina, era nel pieno del suo vigore, felice, ricco e ammirato.
Maestrelli aveva suscitato ooooh di meraviglia abbozzando quel calcio totale che avrebbe sconvolto i due prossimi campionati di Serie A. Lo straripante Long John (così ribattezzato dai tifosi) era solo il terminale di una manovra
frenetica a fisarmonica che sotto la regia di Moschino portava la squadra ad
attaccare e a difendersi con otto/nove
uomini. Più tardi si sarebbe chiamato
“calcio all’olandese”.
Tuttavia la Lazio dovette lottare per la
promozione fino all’ultima giornata e
il punto della certezza Maestrelli fu costretto a cercarlo proprio a Bari, la sua
patria calcistica. Con quello 0-0, la Lazio si classificò al secondo posto, con
un punto di distacco dalla Ternana e un
punto di vantaggio sul Palermo.
Le prime bottiglie di champagne furono stappate sul rapido per Roma delle 18,30. Su quel treno, però, non c’erano né Maestrelli né Chinaglia. Un taxi
li aveva attesi col motore acceso fuori

dallo stadio della Vittoria, per condurli di volata all’aeroporto. Giorgio, convocato per la prima volta in Nazionale
da Ferruccio Valcareggi, chiese all’allenatore-padre di accompagnarlo nella sua avventura azzurra.
Direttamente dalla serie B alla Nazionale, prima volta nella storia, mercoledì 21 giugno Chinaglia debuttò nell’amichevole di Sofia contro la Bulgaria,
sostituendo Anastasi all’inizio della ripresa. L’Italia stava perdendo per 0-1 e
fu proprio lui, al 50’, a segnare il gol del
pareggio, scaraventando nella rete di
Goranov un pallone suggerito da Capello. Sei mesi dopo Long John gli avrebbe
restituito il favore, regalando allo juventino il pallone dell’1-0 con il quale l’Italia violò per la prima volta nella storia lo
stadio londinese di Wembley.
La sera, in albergo, Giorgio rimase più
di un’ora al telefono con Connie, che a
Napoli aveva da pochi giorni dato alla
luce il loro secondo figlio, Giorgio junior.
Fra Maestrelli e Giorgio era nato un rapporto speciale: più che amichevole, basato sulla stima e sul sentimento, sulla fiducia e sulla solidarietà. Giorgio il
riottoso, Giorgio il burbero, Giorgio lo
sbruffone davanti al suo “maestro” diventava un agnellino, pronto a qualsiasi sacrificio se lui glielo avesse chiesto,
in campo e fuori. Come quando, alla
penultima di campionato, giocò a Genova con una gamba squarciata e cinque punti di sutura. Sul loro sodalizio
si fondò il primo scudetto della storia
biancoazzurra.
Per la verità gli scudetti furono due, ma
quello del 1973 finì sul petto della Juventus seguendo strade tortuose dopo
un’ultima giornata con tre pretendenti.
A detta di molti, la Lazio non giocò mai
così bene come nel campionato 197273. Un calcio perfetto che non riuscì a
ripetere neanche nella successivo campionato dello scudetto. Gli innesti di Pulici, Petrelli, Frustalupi, Garlaschelli e
Re Cecconi – scarti di grandi squadre
o semisconosciuti – avevano seminato perplessità nell’ambiente laziale prima di rivelarsi ingranaggi perfetti di una
fantastica macchina da gol, della quale Chinaglia era il micidiale terminale.
Fu una stagione memorabile per una
matricola: la prima sconfitta dopo 11
giornate, tre in tutto sino alla fine, due
derby vinti e un finale pieno di veleni.
Olimpico sempre pieno, Chinaglia nelle
bandiere e sempre più radicato nei cuori
dei tifosi che scandivano “Giorgio-Chinaglia-il grido di battaglia!”.
Giorgio si consolò portando con sé Connie nella tournée che Lenzini aveva or-

Quando Maestrelli disse:
«Giorgio tu sei l’unico
giocatore che può portare
la Lazio in serie A
Se vai via tu
me ne vado anch’io»

70
LONG
JOHN


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