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SofiaGilardiTGSTN .pdf


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Title: SofiaGilardiTGSTN

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Bresson era solito ingaggiare persone comuni e girare scena dopo scena fino a quando la
recitazione spariva del tutto. Agli attori chiedeva semplicemente di dire le battute e
compiere le azioni richieste.

Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme
percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale
evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e
il cuore. È un modo di vivere.

Robert Bresson (Bromont-Lamothe, 25 settembre 1901 – Parigi, 18 dicembre 1999) è stato
un regista e sceneggiatore francese. Riconosciuto maestro del minimalismo, è stato una
delle personalità cinematografiche più importanti nella storia del cinema francese e
internazionale. Nel 1989 ha ricevuto il Leone d'Oro alla carriera alla Mostra del cinema di
Venezia.
Bresson inizia la sua carriera come pittore e fotografo. Realizza il suo primo film, il mediometraggio Les affaires publiques nel 1934. Il film, che non uscirà mai nelle sale, racconta
tre giornate di un dittatore immaginario in un linguaggio definito dall'autore stesso
burlesque. Delle poche copie stampate, per lungo tempo ritenute perse per sempre, una
sola è stata recuperata ed è custodita a Parigi presso la Cinémathèque française.
Durante la Seconda guerra mondiale, Bresson trascorre oltre un anno come prigioniero di
guerra e si servirà di questa sua esperienza anni dopo, nel girare Un condannato a morte è
fuggito.
Nel 1943, nella Francia di Pétain e dell'occupazione tedesca, esce il suo primo lungometraggio, La conversa di Belfort (Les Anges du péché), basato sul soggetto di un padre
domenicano, con dialoghi scritti da Jean Giraudoux. Il film descrive la vita in una congregazione di religiose in cui il male convive con il bene, ossia un convento in cui le suore
riabilitanti accolgono "peccatrici" che si confondono sotto lo stesso abito.

Henri Cartier Bresson,
San Francisco - 1960
Nel 1976, Bresson pubblica
Notes sur le Cinématographe,
una sorta di manifesto del
suo cinema.

Per il suo progetto successivo, Perfidia (Les dames du Bois de Boulogne) del 1945, Bresson
si serve di un lungo dialogo-racconto tratto da Jacques il fatalista e il suo padrone di Denis
Diderot, sfrondandolo di ogni complicazione romanzesca e di molte figure di sfondo. Pur
impreziosito dai dialoghi di Jean Cocteau e dalla presenza di Maria Casarès, brillante e
famosa attrice di teatro nel ruolo della protagonista, il film è un clamoroso fallimento
commerciale e viene ritirato dopo pochissimi giorni dalle sale di prima visione.
Nel 1951 esce Il diario di un curato di campagna (Le Journal d'un curé de campagne),
tratto dall'omonimo romanzo di Georges Bernanos e considerato dalla critica il film della
svolta spirituale, il primo in cui il regista esprime pienamente il suo stile austero, privo di
melodrammaticità e di ogni psicologismo letterario.
Il 1956 è l'anno del suo film più noto, Un condannato a morte è fuggito (Un condamné à
mort s'est échappé ou Le vent souffle où il veut). Tratto da un racconto autobiografico di
André Devigny comparso su Le Figaro Littéraire del 20 dicembre 1954, poi ripreso e
ampliato su volume, il film viene girato con scarsissimi mezzi e si concentra su pochi,
essenziali oggetti e luoghi diventando una delle testimonianze più asciutte ed essenziali
sulla Resistenza francese. L'anno successivo vince il premio per la miglior regia al Festival
di Cannes e viene favorevolmente accolto da pubblico e critica.
Nonostante il titolo, che farebbe pensare a un poliziesco, il successivo Diario di un ladro
(Pickpocket) (1959) è un film psicologico e riprende, in chiave spirituale, il tema della
redenzione di Delitto e castigo. Nel 1962, Bresson gira Processo di Giovanna d'Arco (Procès
de Jeanne d'Arc), forse il suo film più difficile, in cui l'essenzialità è spinta al massimo. Più
importante, nella sua carriera, il successivo Au hasard Balthazar (1966), una parabola sulla
vita e la morte di un asino che diventa una riflessione sul male e sulle sue influenze sulla
vita degli uomini.
Mouchette - Tutta la vita in una notte del 1967, nuovamente tratto da un romanzo di
Bernanos, è anch'esso una cupa riflessione sul male attraverso la storia del suicidio di una
giovane donna.
Così bella, così dolce (1969) descrive ancora il suicidio di una giovane donna, e, in
flashback, la storia della sua vita di coppia della piccola borghesia parigina. Per la prima
volta Bresson in questo film fa uso del colore, e per la prima volta compare sullo schermo
la giovane e bella Dominique Sanda, una delle pochissime interpreti bressoniane che
avranno in seguito una carriera come attrici professioniste. Il film è tratto da La mite, un
racconto di Dostoevskij, così come il successivo Quattro notti di un sognatore, tratto dallo
stesso Le notti bianche di cui Luchino Visconti si era servito per il suo omonimo lavoro del
1957.
Nel 1974 arriva Lancillotto e Ginevra, film dal budget importante e unico lavoro "storico"
di Bresson, se si eccettua il Processo di Giovanna d'Arco. Lo stile asciutto del regista evita
di soffermarsi sui costumi e sulle scenografie della ricostruzione storica, filmando i
personaggi come se si muovessero su uno scenario dei nostri giorni.

Con il cinema di Bresson è lo
spettatore stesso a dover
indovinare gli stati d'animo dei
protagonisti a seconda del
contesto in cui essi si trovano.


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