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Scripta Manent

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CONTROCORRENTE DOMENICA 19 FEBBRAIO 2017

La maggioranza degli americani appoggia Trump?
(...e storie di persecuzioni dimenticate...anche di migliaia di italiani!)
LETTERA DA
WAShINGTON
di OSCAR BARTOLI
e centinaia di migliaia di persone che
hanno sfilato nei giorni scorsi nelle
principali città americane protestando
contro l'ordine esecutivo del presidente Trump
che proibisce l'ingresso negli Stati Uniti ai possessori di Visa provenienti da sette nazioni
musulmane (con l'esclusione di quelle nelle
quali il nuovo inquilino della Casa Bianca ha
interessi imprenditoriali), non sono e non rappresentano la maggioranza dei cittadini
americani.

L

Una indagine condotta da Reuters/Ipsos ha
messo in evidenza che il 49% degli americani è
d'accordo con l'ordine esecutivo firmato da
Donald Trump, contro il 41% che invece ha
espresso parere negativo e un 10% che non si è
pronunciato.
Come sostiene Steven White, professore a
Lafayette College, molti americani nei decenni
passati sono stati favorevoli a politiche dei
governi che restringevano le libertà civili dei
gruppi di minoranza.
Basterebbe riferirsi al trattamento riservato ai
pellerossa da molti storici giudicato un vero e
proprio genocidio.
Ma senza andare troppo lontano, è sufficiente
ricordare che nel febbraio del 1942, appena due
mesi dopo l'attacco a Pearl Harbor, il presidente Franklyn Roosevelt firmò lo Executive
Order 9066, conosciuto come “Authorizing the
Secretary of War To Prescribe Military Areas.”, che tradotto significava la creazione di
campi di internamento per 100.000 giapponesi
cittadini americani.
Singolare che al termine della seconda guerra
mondiale, secondo un'indagine della Gallup,
solo il 35% degli americani intervistati si
dichiarasse favorevole ad autorizzare il ritorno
alle loro case dei cittadini americani-giapponesi che erano stati internati. Il 48% era invece
contrario, mentre il 63% dichiarava che quei
cittadini dovevano essere espatriati in Giappone. Il 7% era propenso a farli ammazzare.

Da vedere: “Pane Amaro”,
documentario di Gianfranco Norelli
Fred Korematsu, un Japanese American citizen
che viveva in California, sfido' l'ordine governativo e si appellò alla Corte Suprema.
Nel dicembre del 1944 la Corte a maggioranza
dei suoi membri, sei a tre, definì costituzionale
l'ordine esecutivo che aveva creato i campi di
confino, giustificando il tutto con il periodo di
guerra. Secondo la Corte comunque quel
provvedimento non era motivato da pregiudizi
razziali. Una decisione questa che non corrispondeva al 61% dell'opinione pubblica
americana, convinta che i bianchi dovessero essere superiori ai giapponesi.
Nel 1976 il presidente Gerald Ford stabilì che

“not only was that evacuation wrong, but
Japanese-Americans were and are loyal Americans.”
Nel 1988 il Congresso ha passato il Civil Liberties Act, firmato dal presidente Ronald Reagan,
che offriva una scusa ai giapponesi internati e
provvedeva ad una riparazione pecuniaria per
80.000 sopravvissuti e le loro famiglie.
Ma anche per gli italiani che si sono avventurati alla fine dell'ottocento e agli inizi del 1900
nel continente americano alla ricerca di un futuro per sé ed i propri figli, la vita non è stata
certo facile.
Sono migliaia gli italiani che, soprattutto negli
Stati del sud, sono stati linciati e uccisi.
L'episodio storicamente più brutale e' quello

avvenuto a New Orleans, in Louisiana nel
1891. Diciannove italiani accusati di aver assassinato il capo della polizia erano stati arrestati e internati nella prigione. Il giorno
dopo un gruppo capitanato da John M. Parker
che sarebbe divenuto il governatore dello Stato,
linciò undici italiani.
.John M. Parker dichiarò che gli italiani erano
peggiori dei negri perché più sporchi, rissosi,
non rispettosi delle leggi.
Nel 1920 due immigrati italiani, Sacco e Vanzetti,
che erano stati accusati di rapina e uccisione a
Boston, furono giudicati colpevoli nonostante la
mancanza di prove e giustiziati. Molti storici affermano che si è trattato di un fatale errore
giudiziario motivato dal fatto che le idee politiche
dei due indiziati erano anarco-socialistoide.

Mons. Dal Toso: “Ad Aleppo per esprimere la vicinanza del Papa”
Il segretario delegato del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale commenta il suo viaggio in Siria del 18-23 gennaio

REDAZIONE
MONS. DAL TOSO
a popolazione di Aleppo spera ed
intravede la pace”. Così il segretario
delegato del Dicastero per il Servizio
dello Sviluppo Umano Integrale, mons. Giampietro Dal Toso, commenta il suo viaggio
in Siria ai microfoni della Radio Vaticana.
La delegazione della Santa Sede, in cui era
presente anche il nunzio a Damasco, il card.
Mario Zenari, è stata inviata dal Papa dal

“L

18 al 23 gennaio. In quei giorni ha visitato i
campi profughi, incontrato le comunità cristiane e i rappresentanti dell’Islam. Ribadita
la responsabilità delle religioni nell’educare
alla pace e alla riconciliazione.
“Il significato del viaggio – ha spiegato Dal
Toso all’emittente – è certamente quello di
rendere presente il Santo Padre e la sua preoccupazione per queste comunità, che hanno
sofferto tanto nel corso degli ultimi anni: comunità cristiane e comunità musulmane,
perché la sofferenza non conosce appartenenze
culturali o religiose.
Interrogato sullo stato d’animo della popolazione in una città che presenta un nuovo
volto, il rappresentante vaticano ha detto:

“La popolazione ha sofferto molto la divisione,
i bombardamenti di questo periodo e le violenze
che si sono sommate in questi anni da una
parte e dall’altra: purtroppo la guerra non
conosce frontiere e da una parta e dall’altra
ci sono state violenze. Adesso la popolazione
– con la cessazione delle ostilità in città – si è
chiaramente rimessa in moto e soprattutto
intravede in qualche misura – speriamo presto
– anche un futuro di pace. Peraltro – ha sottolineato Dal Toso – si notava anche che c’è
realmente un lento risveglio per le tante istituzioni cattoliche, che stanno avviando programmi per aiutare la popolazione, sia le comunità cristiane sia le comunità musulmane”.