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emigrazione sarda in argentina .pdf



Original filename: emigrazione_sarda_in_argentina.pdf
Author: Utente

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L’emigrazione sarda in Argentina: dai dati ufficiali alle microstorie
Maria Luisa Gentileschi
Dipartimento di Ricerche Economiche e Sociali
dell’Università di Cagliari
(In corso di stampa in: Atti del Convegno: L’emigrazione delle popolazioni insulari del
Mediterraneo in Argentina fra il XIX e il XX secolo, Villacidro (CA), 22-23/9/2006.
Premessa
E’ stato scritto che dopo il voto dell’aprile 2006, niente sarà più come prima nel rapporto tra
l’Italia e gli italiani all’estero. C’è alla base della sorpresa provocata dall’esito delle votazioni
un’insufficiente conoscenza di molti aspetti delle collettività italiane, in particolare – parlando di
geografia – della loro distribuzione nei diversi Paesi e continenti. L’Italia le vuole conoscere meglio
e quindi le deve studiare di più.
Per anni gli italiani all’estero sono rimasti in zona d’ombra e sono stati poco considerati. E’
vero che sono una popolazione in via di invecchiamento, peraltro meno dell’intera popolazione
italiana, e questa è un’altra sorpresa. Ed è anche una collettività che avrà un processo di
ringiovanimento, senza perciò necessariamente diminuire, perché si emigra di più, in tutto il mondo,
e perché molti oriundi italiani chiedono il riconoscimento del loro diritto alla cittadinanza, ma non
necessariamente decidono di rimpatriare (Bramuglia, Santillo, 2002, Fondazione Migrantes, 2007).
A testimonianza della rinnovata attenzione verso i concittadini all’estero, anche la Regione
Autonoma della Sardegna (RAS) ha promosso una ricerca per sapere quanti sono i sardi nel mondo,
dove sono e di cosa hanno bisogno1.
Per conoscerli meglio dobbiamo altresì ricostruire le condizioni della nascita e crescita delle
diverse collettività.
Nel 1971, secondo i dati censuari per luogo di nascita e paese di presenza, su un totale di
238.161 sardi all'estero, 21.825 erano nelle Americhe, e di questi il gruppo più numeroso (16.180)
era proprio in questo Paese, che veniva subito dopo le destinazioni europee e nordafricane.
Dagli studi effettuati negli anni Ottanta risulta che, secondo il Ministero degli Affari Esteri
(MAE), i sardi in Argentina nel 1983 erano 34.116, o anche 37.084, se si aggiungono i “non
classificati” (Zaccagnini, 1995). Ma questi erano i dati delle statistiche consolari. Nel corso
dell’inchiesta promossa dalla RAS negli anni 1983-88 il gruppo di ricerca (Aledda, 1991, p. 151)
recepì il totale di circa 33.000 sardi in Argentina, stando al Ministero Affari Esteri. In quegli anni,
qualcuno (cfr. riferimento in Aledda, 1991) spingeva il totale, cumulando gli individui di tre
generazioni e quindi includendo gli oriundi, fino a 60.000.
Il dato oggi disponibile (2007) relativo ai soli sardi in possesso della cittadinanza italiana e
registrati come residenti all’estero (Fondazione Migrantes, 2007, quindi dati dell’AIRE, l’Anagrafe
Italiani Residenti all’Estero), è di 92.346, di cui in Argentina appena 2.413, cosicché questo Paese,
pur ospitando la collettività emigrata più numerosa fuori d’Europa, verrebbe solo al settimo posto
quanto a destinazione dei sardi, dopo Germania, Francia, Belgio, Svizzera, Paesi Bassi e Gran
Bretagna. Su tale cifra sono stati espressi dubbi da parte degli esperti del settore. Certo però i dati
riprodotti dalle fonti degli anni Ottanta erano fortemente sovradimensionati. Grazie a più precisi
controlli, i dati AIRE sono diventati molto più credibili, con un conseguente ridimensionamento
delle collettività oltreoceano, mentre hanno acquistato maggiore evidenza quelle dei diversi Paesi
dell’Unione Europea (Pugliese, 2006). La crescente europeizzazione dell’emigrazione italiana ha
reso i Paesi europei serbatoi sempre più importanti di emigrati italiani e sardi. Inoltre, i nati in Italia

1

Tale necessità conoscitiva è ribadita nel Piano triennale 2007/2009 degli interventi in favore dei sardi emigrati.

residenti in Argentina vanno sparendo, tanto che già al censimento del 1991 non formavano che
l’1% della popolazione totale (Bramuglia, Santillo, 2002)
Su un totale di 3.568.532 italiani fuori d’Italia – coloro cioè che hanno conservato o che hanno
acquisito la cittadinanza italiana - l’Argentina invece, con i suoi 503.223 italiani, è il secondo Paese
d’insediamento, dopo la Germania (579.144), e prima della Svizzera (496.002) e della Francia
(348.057). Questi quattro Paesi da soli raccolgono un po’ più della metà degli italiani all’estero. Si
stima che nel mondo ci siano poi circa 60 milioni di oriundi italiani e che la metà della popolazione
argentina sia originaria dell’Italia.
I sardi all’estero, come si è detto 92.346, sono pari al 5,6% della popolazione della Regione,
una misura non lontana dalla media italiana che è del 6,0%, ma restano in ogni caso ben al di sotto
dei valori relativi alle altre regioni meridionali. Il primo Paese per presenza di sardi è la Germania,
con 26.965 emigrati, un terzo di tutti i sardi all’estero.
Comunque, resta alto il numero di sardi che nel tempo è stato interessato all’esperienza
argentina, nonché di coloro che, pur consapevoli delle loro origini e desiderosi di mantenere il
contatto con la cultura dell’Isola, più che una collettività emigrata formano una diaspora, in quanto
si riconoscono un’origine comune, sentendosi tuttavia pienamente cittadini del Paese dove vivono.
Storicamente, l’emigrazione in Sardegna inizia in ritardo per vari motivi che vanno dal suo
persistente isolamento ad una ritardata spinta della transizione demografica. Com’è stato da tempo
rilevato, una certa maggior gravitazione sull’Argentina in passato ha tuttavia dato all’emigrazione
sarda un carattere più “settentrionale” in confronto alle altre regioni meridionali, le quali solo più
tardi hanno alimentato grossi flussi verso il Sudamerica. Ancor oggi l’Argentina è il primo Paese
per le collettività all’estero dei liguri, dei friulani, degli abruzzesi e il secondo per i lombardi, i
toscani, i laziali, i molisani, gli emiliani. Sono le Marche la regione con una maggior
concentrazione di emigrati in Argentina, mentre la Calabria presenta il numero assoluto più alto di
iscritti in questo paese.
Pur con un modesto flusso di partenze, tuttavia l’Argentina ha rappresentato una destinazione
relativamente importante per la nostra regione (Zaccagnini, 1995). Insignificante nei primi anni,
l'emigrazione sarda verso questa destinazione subì un'impennata tra il 1901-05 e il 1916-20,
attingendo il massimo negli anni 1906-10. Francesco Coletti (Coletti, 1912) riferiva per l'anno 1909
un totale di 1.836 sardi partiti per l'Argentina, pari al 33% del totale degli emigrati di quell'anno
dalla Sardegna, una concentrazione non trascurabile. Questi tratti sono la conseguenza della
peculiarità dell’emigrazione sarda, la cui evoluzione nel tempo è sfasata rispetto all’insieme
dell’Italia e al resto delle regioni meridionali. Una “emigrazione tardiva”, in cui si è manifestato lo
storico ritardo di tutte le forme di mobilità in Sardegna, da porsi in rapporto anche con i caratteri
della sua dinamica demografica e della sua modernizazzione (A.V., 1987, Golini, 1967, Zaccagnini,
1995).
Mentre nella provincia di Cagliari prevaleva il flusso verso il Nordafrica, in quella di Sassari
l’emigrazione per l’Argentina fu assai più diffusa, a motivo della presenza di Porto Torres e quindi
del collegamento diretto con Genova, il cui porto, secondo la legge del 31 gennaio 1901, era uno di
quelli abilitati all'imbarco degli emigranti, allora soprattutto diretti verso il Sudamerica. Proprio
nelle vicinanze ai porti d'imbarco, avvertiva il Coletti, l'emigrazione si diffondeva precocemente, a
motivo della maggiore facilità con cui le località abitate venivano raggiunte dagli agenti delle
compagnie di viaggio. Così fu per la provincia di Sassari.

Tab. 1 – Italiani in Argentina registrati nell’AIRE per regione di provenienza (2007)

Regioni e ripartizioni
N. registrati
Piemonte
46.875
Valle d'Aosta
150
Lombardia
30.889
Liguria
12.006
Trentino A.A.
4.302
Veneto
29.246
Friuli V.G.
24.135
Emilia - Romagna
15.785
Nord
163.388
Toscana
13.067
Umbria
1.994
Marche
38.517
Lazio
43.415
Centro
96.993
Abruzzo
23.047
Molise
15.269
Campania
41.443
Puglia
15.877
Basilicata
19.643
Calabria
68.729
Sud
184.008
Sicilia
56.421
Sardegna
2.413
Isole
58.834
ITALIA
503.223
(Fonte: Rapporto Italiani nel mondo, 2007)

Valori percentuali
%
N. ordine
9,3
3
0,0
20
6,1
7
2,4
16
0,9
17
5,8
8
4,8
9
3,1
13
32,5
2,6
15
0,4
18
7,7
6
8,6
4
19,3
4,6
10
3,0
14
8,2
5
3,2
12
3,9
11
13,7
1
36,6
11,2
2
0,5
19
11,7
100,00

1. Alcuni condizionamenti storico-geografici
Mario Lo Monaco iniziava così il suo saggio su "L'emigrazione dei contadini sardi in Brasile
negli anni 1896-97":
"La partecipazione dei Sardi al grande flusso emigratorio che, dal 1870 al 1913 portò gli
Italiani alla costituzione di numerose comunità nelle Americhe, è stata tardiva e modesta",
e proprio questa constatazione, paradossalmente, ci guida a meglio capire questa ondata
migratoria (Lo Monaco, 1965). La bassa partecipazione dei Sardi infatti mal si concilia con le
condizioni di miseria in cui allora viveva la popolazione rurale dell'Isola. I motivi del ritardo
dell’emigrazione Lo Monaco li indicava, da una parte, in una psicologia sociale temprata alle durezze della vita e nella capacità di tener duro di fronte alle difficoltà, aspetti che hanno trattenuto le
persone dall'emigrare, segno di fuga e di resa. Dall'altra, egli li individuava nelle modalità con cui
l'informazione sull'emigrazione veniva trasmessa e diffusa, anche riguardo ai risultati negativi che
la rallentavano o la fermavano.
Da geografo, Mario Lo Monaco ravvisava le condizioni della partecipazione al movimento di
emigrazione dei sardi nel peso di alcune variabili locali – insularità, bassa densità di popolazione,

distanza dai centri principali, trasporti, disponibilità di informazioni da agenti di emigrazione, da
amici o parenti, attraverso i giornali, ecc. - che potevano limitare la diffusione dell'informazione,
privilegiando le località meglio collegate. In secondo luogo, egli poneva le condizioni economiche
delle aree dalle quali partirono gli emigrati, le quali, producendo maggiori o minori difficoltà,
potevano persino rendere la partenza impossibile.
Dai risultati del suo studio, l'influenza dell'isolamento - a livello sia esterno che interno appare essere stata di notevole portata. Inizio tardivo, rapido sviluppo, polarizzazione delle
destinazioni, concentrazione delle partenze, sono tratti che vanno spiegati. All'isolamento della
regione rispetto alle grandi vie di comunicazione si doveva certamente il ritardo con cui giungevano
le informazioni, cui si sommava l'isolamento interno, responsabile di un modello di diffusione a
partire dalle maggiori città che sono anche i porti d'ingresso, e che si propaga lungo le ferrovie e le
strade principali, trovando un fulcro nei punti nodali del traffico. Una volta penetrata la prima
informazione sulle possibili destinazioni e le condizioni di lavoro e alloggio, la sua diffusione si
attuava attraverso la rete della catena di richiamo e dell'informazione amicale e parentale, cosicché
si producevano forme di concentrazione sia nelle aree di partenza che in quelle di arrivo. Le
modalità con cui la partecipazione si attuava cambiarono via via, nel tempo e nello spazio
geografico. L'entità delle partenze venne poi condizionata dalla situazione economica, diventando
espressione della disoccupazione, della povertà e infine della miseria più profonda.
Le conclusioni di Lo Monaco collimano con certe intuizioni di Francesco Coletti a proposito
dell'emigrazione italiana dell'inizio del secolo. Dopo aver ricordato che la Sardegna figurava quasi
sempre in coda quanto a incidenza dell'emigrazione, il Coletti notava che l'Isola, sotto questo
riguardo, si era distinta per certe peculiarità: una volta iniziata, la "grande emigrazione" crebbe
rapidamente, più che nelle altre regioni centro-meridionali, precorrendo in ciò uno sviluppo analogo
avutosi nella "nuova" emigrazione dopo la seconda guerra mondiale; i flussi erano polarizzati su
alcune destinazioni: il Nordafrica e l'Argentina, oltre al breve episodio del Brasile studiato da Lo
Monaco. Analogamente, una polarizzazione accentuata si avrà poi nella nuova fase postbellica
dell`emigrazione, con un maggior peso della Germania federale rispetto alle altre regioni
meridionali.
In varie regioni italiane Francesco Coletti rilevò che nelle aree più remote, in montagna o
nelle zone interne, l'emigrazione era cominciata tardi, nonostante più pesanti vi fossero le condizioni di miseria. L'isolamento esterno della Sardegna è da lui espressamente chiamato in causa per
spiegare il ritardato inizio dell'emigrazione. Senza nulla togliere a quelle che furono le cause
generali delle partenze massicce, da vedersi nella rovina dell'economia familiare agricola legata
all'abbassamento del prezzo del grano, alla difficoltà di continuare ad esportare il bestiame, cui si
univano le conseguenze della crisi occupazionale nelle miniere sarde, egli sottolineava l'importanza
degli studi locali per cogliere il ruolo svolto in concreto dalle condizioni economiche anche
riguardo alla permeabilità all'informazione. Riprendendo un'idea del professore di statistica Augusto
Bosco, il Coletti infatti invitava a scrivere monografie regionali dell'emigrazione, lavorando cioè ad
una scala alla quale si potevano far emergere sia il ruolo delle condizioni economiche locali sia
quello di rapporti di distanza, comunicazione e accessibilità.

2. Periodizzazione dell’emigrazione italiana e sarda verso l’Argentina
a) Prima metà dell’Ottocento
Nella prima metà dell’Ottocento gli emigrati registrati come sardi erano in realtà per lo più
provenienti dalle parti continentali dell’allora Regno di Sardegna. Si trattava soprattutto di liguri,
che però richiamarono anche piemontesi e lombardi. Abbiamo notizia che navi intere di sudditi
sardi emigranti lasciavano i porti liguri anche in forma clandestina (Vannini Gerulewicz, 1981).
L’impegno del governo argentino per favorire l’immigrazione inizia dal 1853, anno in cui il Paese
diventò una repubblica federale. Da allora, società private di colonizzazione subaffittarono terreni a

famiglie provenienti dall’Europa. In particolare i liguri presero in mano l’emigrazione di massa
dall’Italia. Essi presentavano al governo veri e propri progetti di colonizzazione da realizzare con la
manodopera proveniente dall’Italia. Le società anticipavano le spese di viaggio e di primo impianto
e pertanto l’immigrazione aumentò soprattutto a partire dal 1865 (Garcìa, 2004, Balestrino Giuliani,
1989).
b) Dagli ultimi decenni dell’Ottocento agli anni Trenta del Novecento
Fu principalmente la legge del 1876 sulla colonizzazione e l’immigrazione (la Ley de
Inmigraciòn y Colonizaciòn) ad attirare molti contadini dall’Italia meridionale, poiché essa apriva la
possibilità di assegnazioni gratuite di terreno, o anche di lotti pagabili a rate: chi li riceveva doveva
impegnarsi a risiedere sul posto e a coltivare la terra. Secondo il censimento del 1895, su un totale
di 407.503 proprietari agricoli, più di un quarto erano di nazionalità straniera e di essi 62.975 erano
italiani. Di coloro che arrivarono alla fine dell’Ottocento un buon 60% erano italiani, soprattutto
provenienti dal Nord, cioè dal Veneto, dal Friuli – Venezia Giulia e dal Piemonte. Coloro che
giunsero nel 1882 ottennero concessioni di terre più vicine alle coste (da Santa Fe a Buenos Aires,
da Corrientes a Entre Rìos). I sardi arrivarono più tardi e non poterono cogliere queste opportunità.
Nell’Ottocento la Sardegna infatti era presente soprattutto nelle correnti dirette verso il
Nordafrica e verso la Francia. Tuttavia negli anni 1876-1925, pur essendo basso il numero assoluto,
l’incidenza del flusso diretto verso l’Argentina sul totale in uscita portava la Sardegna al sesto posto
tra le regioni italiane. Siamo in quelli che Alberto Merler ha chiamato secondo e terzo momento
dell’emigrazione sarda, che prende forma e cresce tra la fine degli anni Novanta dell’Ottocento e
la prima decade del Novecento (Merler, 1988). Guardando alla cartografia dell’emigrazione verso
l’Argentina proveniente dalle diverse regioni italiane, costruita da Domenico Ruocco (Ruocco,
1992), si apprezza il ritardo con cui iniziano le partenze dalla Sardegna: nel 1881-85 l’Isola è
ancora quasi assente e il Meridione partecipa assai poco, mentre sono invece le regioni
settentrionali le più importanti L’emigrazione verso l’Argentina cominciò a crescere dal 1905,
raggiungendo il massimo tra il 1910 e il 1913, un po’ in tutte le regioni e così pure in Sardegna.
Erano gli anni in cui “un esercito di uomini, donne, bambini attraversò l’Oceano Atlantico alla
ricerca del lavoro” (De Rosa, 1988): mentre la metà dei sardi si recava in Argentina, la maggior
parte degli altri meridionali raggiungeva gli Stati Uniti.
Più tardi, dopo un calo di vari anni, una piccola ripresa si ebbe tra il 1919 e il 1924 (cfr.
Zaccagnini, 1995, Tab. 2). La componente argentina acquistò un peso non trascurabile sul flusso in
uscita dall’Isola, con 1.042 emigrati nel 1901-10 e 1.896 nel 1911-14. Almeno ufficialmente, nei 15
anni anzidetti, l’Argentina accolse più immigrati sardi di qualsiasi altro Paese, salvo la Francia
(Fonte: Compendio statistico della Regione Sarda, anni 1950-51, cfr. in Rudas, 1974). Come dato
d’insieme per gli anni 1907-25, risulta che la Sardegna fosse al quarto posto tra le regioni italiane
dopo le Marche, la Calabria e la Basilicata, per concentrazione dell’emigrazione verso l’Argentina2.
In confronto alle altre regioni italiane, tuttavia, secondo i dati assoluti, l’Isola alimentava poco il
flusso argentino, distanziandosi sia dal Nord che ancora forniva grossi contingenti, sia dal
Meridione, a livelli più bassi ma in crescita.
c) La “nuova” emigrazione
La “nuova” emigrazione prese avvio intorno al 1953 e proseguì fino ai tardi anni Settanta, con
caratteri poco variati: tra il 1953 e il 1971 i saldi anagrafici iscrizioni/cancellazioni facevano stimare
in Sardegna un deficit di circa 180.000 unità. Il picco - negativo - si registrò nel 1962, in parte come
effetto delle cancellazioni comportate dalle operazioni censuarie del 1961. Prevalse la corrente
europea, mentre quella transatlantica, pur rimanendo al di sotto, si rafforzava alquanto tra il 1955 e
il 1962. In quegli anni in cui l’emigrazione verso l’Argentina si era più meridionalizzata, ancora
qualche sardo prese questa via. La Sardegna era presente con un piccolo contingente, uniformandosi
2

Dati del Commissariato Generale dell’Emigrazione, cit. in Balletta, 1992.

più al comportamento delle regioni centro – settentrionali che delle meridionali. Si ha così conferma
che l’emigrazione oltre Atlantico in Sardegna ha avuto caratteri propri, non accompagnandosi né al
Nord, a motivo del ritardato inizio, né al Meridione, per le diverse direzioni prese. Tuttavia,
sostanzialmente, nei tempi e nelle caratteristiche professionali fu un’emigrazione di meridionali.
Peraltro la forte concentrazione in un ristretto numero di anni del flusso verso pochi Paesi, cioè
l’Argentina e il Brasile, è tipica delle piccole popolazioni e della dominanza dell’informazione
proveniente da pochi selezionati punti, cioè gli agenti dell’emigrazione e le città portuali.
La provincia di Sassari dette un contributo precoce e consistente rispetto a quella di Cagliari,
con la conseguenza che in essa si ebbe una precoce perdita demografica. L’incidenza del numero di
sardi tuttora in Argentina resta superiore alla media della Sardegna, restando inferiore solo alla
provincia di Oristano, da dove le partenze furono numerose, quasi un’appendice geograficomigratoria del Sassarese (cfr. Tab. 2).
Tab. 2 – Sardi residenti in Sardegna e sardi all’estero per provincia di origine
Province

Ab. residenti
(31.12.2005)

Sardi all’estero
(2007)

Sardi in
Argentina (2005)

Cagliari
769.050
36.285
408
Nuoro
262.822
22.193
588
Oristano
153.935
10.880
590
Sassari
469.870
22.988
773
Sardegna
1.655.677
92.346
2.359
(Fonte: ISTAT per la popolazione totale, AIRE per i residenti all’estero)

Sardi in
Argentina/100
sardi all’estero
1,1
2,6
5,4
3,4
2,6

d) I flussi di ritorno
Partita più tardi, l’emigrazione sarda in Argentina fu più spesso un’emigrazione temporanea,
mentre in precedenza i viaggi attraverso l’Atlantico avevano prodotto principalmente emigrazioni di
lunga durata o definitive. La numerosità degli italiani e dei sardi in Argentina tuttavia si lega molto
alla possibilità di conservare il passaporto di origine e anche di acquisirlo come seconda nazionalità,
per chi vi è nato e quindi gode per nascita della nazionalità del posto, essendo vigente lo jus loci.
Chi può dimostrare la propria ascendenza italiana, avrà il riconoscimento di nazionalità dall’Italia.
La continuità nel tempo del flusso migratorio è dipesa anche dal fatto che si sono create catene
migratorie forti, intergenerazionali. Una prima fase della catena emigratoria fu impostata negli anni
1906-14, cui si collegheranno in seguito le altre due fasi di più pronunciata emigrazione verso il
medesimo Paese, nel periodo tra le due guerre e nel secondo dopoguerra (Zaccagnini, 1995). Pur se
sembrano fatti lontani nel tempo e ormai esauriti, permane ancor oggi una maggiore numerosità
della collettività sarda in Argentina. Come condizione che facilita i contatti e l’inserimento dei
sardi, si è dimostrata importante la lingua che in Sardegna conserva così tante locuzioni ispaniche.
Nella fase di prevalenti ritorni tra il 1971 e il 1979, si assiste ad un rovesciamento del
movimento migratorio, con un bilancio positivo per l’isola, per quanto debole. I rientri riguardano
soprattutto i comuni più popolosi e le province dalle quali si era emigrato di più, ma in anni recenti,
per cui i comuni che erano più presenti nei momenti delle partenze verso il Brasile e l’Argentina
passano in sottordine. La maggior parte dei ritornati proviene dalla Germania, dalla Francia e dalla
Svizzera, ma tra i paesi extraeuropei ai primi posti vengono gli Stati Uniti e l’Argentina
(Gentileschi, 1983).
Dal quadro della presenza italiana in Argentina per regione d’origine, si ricava che il peso
delle diverse Regioni sul totale (registrati all’AIRE nel 2007) è assai diverso (cfr. Tab. 1): la Calabria
è al primo posto, seguita dalla Sicilia e dal Piemonte. La Sardegna si colloca tra le meno presenti,
appena prima dell’Umbria, del Lazio e della Val d’Aosta, che è il fanalino di coda. I sardi non
rappresentano che lo 0,5% della collettività italiana nel Paese, mentre incidono per il 2,8% sulla

popolazione italiana. Infatti, l’Argentina viene al primo posto per ben otto regioni. La comunità
sardo-argentina dev’essere stata scremata dai ritorni forse più di quella italiana in genere. Pur non
disponendo di dati disaggregati, lo si deduce dal fatto che negli anni 1987-2002 (Fondazione
Migrantes, 2007), i ritorni dall’America Latina in Italia (cioè le iscrizioni da parte di cittadini
italiani dall’estero) hanno rappresentato appena l’1,6% dei ritorni in Italia, mentre sono arrivati in
Sardegna al 5,5%. Certamente i Paesi che vi hanno contribuito di più sono stati l’Argentina e il
Brasile, dove i sardi sono più numerosi.
Insomma, la collettività sarda in Argentina è un po’ una miniatura, un cammeo, al quale
guardiamo con interesse, non tanto per il suo peso quantitativo, ma per la sua storia e per il modo in
cui è stato lavorato e incastonato.
Dopo gli anni Settanta, l’emigrazione, di dimensioni ridotte, prende i caratteri di una mobilità
vai-e-vieni, difficile da quantificare. I flussi degli italiani con l’estero continuano ancora oggi ma in
misura modesta. Dai dati ISTAT sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche risulta che dal 1996 al
2003 i rimpatri – quindi le iscrizioni dall’estero di soli cittadini italiani - sono stati, in media, 65.000
all’anno, mentre gli espatri sono stati 43.000. Per l’Italia il saldo complessivo del periodo è
positivo, pur con un saldo negativo 5 anni su 8. Per la Sardegna invece il saldo del medesimo
periodo è in perdita e in ben 7 anni su 8 è stato complessivamente negativo: ogni anno l’Isola ha
perso mediamente oltre 500 cittadini per questo motivo, oltre ad avere un deficit attraverso il
bilancio nati/morti (cfr. Tab. 3). Solo l’immigrazione straniera tiene da qualche anno la popolazione
sarda di nuovo in crescita, dopo alcuni anni di leggero declino.
Tab. 3 – Spostamenti di residenza da e per l’estero in Sardegna
Anni

1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
totale
Media annua

Totale spostamenti con
l’estero
iscritti cancellati
saldo
2.691
891
1.800
1.715
1.300
415
1.675
1.221
454
1.991
2.477
-486
2.008
1.786
222
1.853
1.745
108
1.987
1.082
905
3.860
1.132
2.728
17.780 11.634
6.146
2.223
1.454
768

Solo stranieri
iscritti
1.954
979
872
1.176
1.139
1.034
1.104
2.695
10.953
1.369

cancellati
54
61
67
125
184
66
45
27
629
79

Solo italiani
saldo
1.900
918
805
1.051
955
968
1.059
2.668
10.324
1.291

iscritti
737
736
803
815
869
819
883
1.165
6.827
853

cancellati saldo
837
-100
1.239
-503
1.154
-351
2.352
-1.537
1.602
-733
1.679
-860
1.037
-154
1.105
60
11.005 -4.178
1.376
-522

(Fonte. ISTAT, Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche nel periodo 1996-03)
3. Le microstorie: emigrati da Mara, provincia di Sassari ed emigrati dal Campidano
Stanti i numeri modesti, chi studia l’emigrazione proveniente dai paesi sardi è preparato a
leggere le piccole storie degli emigranti e dei loro familiari e a ricercare - nelle vicende dei singoli –
le linee di fondo dei movimenti collettivi. Per gli emigrati in Argentina, alcune storie si sono potute
ricostruire in Sardegna, altre direttamente sui luoghi di arrivo oltreoceano.
Nel periodo 1908-1910, in cui l’emigrazione verso l’Argentina dominava il quadro delle
partenze dall’Isola verso le Americhe, si nota che i comuni dai quali vi si dirigevano gli emigranti
erano soprattutto nei circondari di Ozieri, di Sassari e di Tempio Pausania, con incidenza più
sensibile in piccoli paesi quali Mara e Mòdolo (Zaccagnini, 1995). Si rileva altresì una certa
sovrapposizione con quei comuni che, alcuni anni prima, erano stati interessati dalla breve ondata
dell’emigrazione verso il Brasile. Almeno per uno dei comuni del Sassarese – quello di Mara - si è
potuta approfondire la conoscenza dell'emigrazione sarda in Argentina attraverso un’indagine su un
gruppo di famiglie che ne erano state protagoniste. Appunto a Mara si ritrova oggi un quartiere che

è cresciuto ai lati della Via Buenos Aires, la cui costruzione, iniziata con i risparmi degli emigrati
degli anni Venti, è poi proseguita con l’integrazione degli emigrati delle generazioni successive
(Gentileschi, Loi, 1996). Simile è il caso della vicina Ittiri, dove le case costruite con i risparmi
dell’emigrazione formavano il cosiddetto “villaggio americano”.
Le condizioni economiche precedenti la partenza, quelle che hanno causato o accompagnato
il ritorno, l'impiego dei risparmi, le vicende successive della famiglia, ivi comprese eventuali
ulteriori migrazioni, sono stati ricostruiti attraverso le storie migratorie familiari. Una volta
individuate, partendo dall'anagrafe comunale, le famiglie che hanno avuto almeno un membro (un
ascendente diretto) rimpatriato dall’Argentina, si è seguita la storia di vita di questa persona e dei
suoi discendenti diretti fino al momento attuale attraverso il racconto dei familiari o in alcuni casi
degli stessi potagonisti.
Si è constatato come l’emigrazione avesse riguardato per lo più giovani maschi e la durata
dell’assenza fosse stata in genere breve, di pochi anni, ma sufficiente spesso per accumulare un
risparmio bastante all’acquisto di un piccolo lotto, o a costruire una casetta di 50 mq, o magari
soltanto per un giogo di buoi da lavoro, in definitiva migliorando quindi la condizione del giovane
emigrante al suo ritorno. Anche dall’esame dell’andamento delle partenze confrontate con i rientri,
si vede che al picco in uscita del 1925 corrisponde un picco di rientri nel 1930. Cinque anni infatti è
la durata dell’emigrazione che più ricorre nelle testimonianze raccolte. Attraverso questo caso si
dimostra tuttavia che l'evento migratorio dei nonni, conclusosi con il ritorno, non è riuscito a
modificare sostanzialmente le condizioni familiari dei nipoti, ma ha avuto solo un effetto - di per sé
non trascurabile - di tenuta demografica. Comunque, il debole successo delle esperienze argentine
ha rapidamente seminato lo scoraggiamento di altre partenze nel piccolo mondo in cui
l'informazione si diffondeva rapidamente, contribuendo a chiudere la società locale ad ulteriori
avventure oltreoceano. Anche questo caso quindi supporta la conclusione amara di Giovanni Maria
Lei Spano (Lei Spano, 1922), che cioè gli emigrati sardi della Grande Emigrazione avessero tratto
pochi o nulli vantaggi economici dalla loro esperienza.
L’emigrazione argentina fu un episodio che non servì a mutare il destino della seconda
generazione di maresi nati qui, i numerosi figli degli emigrati ritornati, tra i quali la ricostruzione
delle storie familiari indicava frequente l’emigrazione in Germania e nel Nord Italia. Nella
medesima Via Buenos Aires, diventata strada importante della parte moderna del paese, non poche
case il cui pianterreno era stato costruito con i risparmi dell’emigrazione degli anni Venti, furono
infatti poi sopraelevate con i risparmi dell’emigrazione in Germania.
Le storie degli emigrati in Argentina provenienti da paesi della Sardegna meridionale sono
state ricostruite anche attraverso testimonianze dei diretti interessati o dei loro parenti nel corso una
recente inchiesta condotta da un gruppo di ricercatori sardi in Argentina (Contu, 2006). In
mancanza di fonti scritte, sono le schede anagrafiche dell’AIRE, ma soprattutto i racconti degli stessi
emigrati e dei loro parenti a far luce sulle circostanze che precedevano e accompagnavano le
partenze, ed eventualmente i ritorni. Se ne traggono informazioni su fatti e comportamenti
significativi: intanto, è interessante apprendere che spesso la decisione di fare il grande passo,
attraverso l’Oceano, era preceduta da un’intensa mobilità all’interno della Sardegna, tesa a trovare
una soluzione sul posto, poiché malvolentieri ci si rassegnava alla partenza. Poi si nota il
cambiamento del lavoro svolto, che molto spesso nel Paese di arrivo è nell’edilizia, in fabbrica, alla
costruzione di ferrovie, o comunque in attività non agricole, per quanto anche lì ci fosse stato
qualche tentativo nel lavoro dei campi. Colpisce il caso di chi, non trovando più da fabbricare carri
da trasporto – ormai obsoleti - al proprio paese, si ritrova a farne in Argentina; però, dopo che i
posti nelle miniere cominciano a sparire, i sardi si dimostrano pronti in ogni caso a cambiare tipo di
lavoro, a intraprendere vie nuove, prendendo su gli attrezzi di lavoro o, addirittura il mezzo di
trasporto, come Francesco Troncia di Pabillonis che si portò appresso, nella traversata, la fida
motoretta Vespa. Quasi sempre si è di fronte ad un’emigrazione singolarmente moderna, pur
essendosi svolta tra gli anni Venti e i Cinquanta: migranti che non esitano a caricarsi di appalti e
subappalti, a mettersi in società con i nativi, e ad “industriarsi” in mille situazioni.

Il quadro appare molto più variegato di quanto il grande pubblico sia portato a pensare:
emigranti che compiono più viaggi, in qualche caso seguono anche corsi di formazione in vari
paesi, che lavorano in regioni turistiche dinamiche e in piena espansione, che persino promuovono
mostre d’arte. Quasi sempre si tratta di attività che li portano a vivere nei grandi centri urbani,
soprattutto sulla costa (cfr. Tab. 5 e Fig. 1), e che, consentendo maggiori contatti reciproci,
favoriscono lo sviluppo dell’associazionismo. In conclusione, i sardi non poterono cogliere le
opportunità legate alla distribuzione di terre, ma si trovarono a vivere in luoghi dove era più facile il
collegamento tra emigrati e pertanto la nascita di associazioni, numerose tra gli italiani. Già alla fine
dell’Ottocento si ha notizia del formarsi di leghe, di associazioni di mutuo soccorso e infine, proprio
in Argentina, nel 1936, del primo circolo sardo (cfr. p. 88 in Aledda, 1991, Capuzzi, 2006). Tuttora
l’associazionismo vi è molto diffuso, riuscendo a raggiungere un alto numero di soci. Infatti,
proprio nei paesi più vasti e lontani l’associazionismo sardo ha fatto proseliti, dall’Australia al
Brasile, all’Argentina, al Canada, e, in misura minore, anche negli Stati Uniti (cfr. Tab. 4)3.
Conclusione
L’Italia nell’insieme è passata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione – si è scritto –
ma la medesima affermazione non vale se si considerano le sue diverse ripartizioni. Le regioni
meridionali infatti vedono una ripresa della mobilità in uscita che coinvolge i cittadini e gli stessi
stranieri. Anche in Sardegna, questi non sono infatti due fenomeni sfasati completamente nel tempo.
E’ meglio dire, con Enrico Pugliese, che l’Italia è un paese “anche di emigrazione”, ma solo per
alcune regioni (Pugliese, 2006). Le partenze dalla Sardegna continuano e gli stessi stranieri che si
iscrivono alle anagrafi dei comuni sardi si spostano successivamente nell’Italia del Centro o del
Nord.
A volte si sente dire che gli stranieri che vengono qui dovrebbero prendere la cittadinanza
italiana, rinunciando a quella di origine. Ma un desiderio analogo non lo esprimiamo per i sardi
all’estero. La presenza numerosa di cittadini italiani (e sardi) in Argentina dipende dal fatto che è
stato loro permessa la doppia nazionalità. Così bisogna fare anche per gli stranieri in Italia.
La doppia nazionalità consente infatti un progetto di rientro. Nel caso degli italiani che non
l’avevano è stato necessario – in anni recenti - pensare ad una quota speciale di permessi di
soggiorno per coloro che volevano tornare in Italia in seguito alla dolorosa crisi economica del
Paese. In quegli anni (2001-02), avevano più peso i fattori push che spingevano a uscire
dall’Argentina che i fattori pull che attraevano verso l’Italia. Tale quota privilegiata riguardò l’anno
2002, riservando 4.000 unità al flusso proveniente dall’Argentina, limitatamente agli oriundi
italiani, su un totale di 79.500 ingressi programmati per cittadini extracomunitari. Era la prima
quota per consistenza, poiché le quote degli albanesi erano di 3.000 permessi e quelle dei tunisini e
dei marocchini di 2.000 per ciascuna nazionalità. Gli oriundi in Argentina ne profittarono poco,
tanto che l’anno successivo la quota fu ridotta ad appena 200, su un totale sempre di 79.500
(Napoli, 2005).
Il movimento d’opinione per facilitare il ritorno degli emigrati e dei loro discendenti si è
espresso anche in altre iniziative. Le associazioni per gli italiani all’estero si sono mobilitate e
hanno ottenuto diversi provvedimenti in loro favore (recupero cittadinanza, sportelli per il lavoro),
specialmente in Veneto, dove la provincia di Padova ha aperto un Ufficio Rientro Emigrati, che
raccoglie i curricula degli emigrati cittadini italiani che desiderano rientrare. Questo è avvenuto un
po’ in tutto il Nord e anche nel Centro, in Umbria per esempio. A un certo punto, è persino
sembrato che il ritorno degli italiani - oriundi e non - poteva forse sostituire l’immigrazione
3

Stando ai dati dell’Assessorato al Lavoro della RAS del 2007 i circoli riconosciuti sono 135, di cui 58 in Italia. La lista
de Il Messaggero sardo riporta anche club non riconosciuti dalla RAS. Un nuovo circolo si è aggiunto nel 2006 ai
precedenti, a Bahia Blanca, il Sardinia Insula, frutto di un innesto ligure/sardo, essendo i fondatori provenienti dalle
isole di San Pietro e di Sant’Antioco. Un’altra iniziativa è la costituzione di un Centro di raccolta di documenti sui sardi
emigrati in Argentina (direccion.sardiuniti@infovia.com.ar).


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