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Author: c.salvi

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CRONACHE

Grillo-Casaleggio, via folklore dalle liste
08/12/2012 JACOPO IACOBONI
Le primarie on line di Beppe Grillo dovevano essere una grande manifestazione di
democrazia per portare in aula candidati improbabili (ottimi per essere sfottuti dal primo
passante), oppure erano una selezione, coordinata dal vertice, per scegliere gente il più
possibile seria, preparata, e magari anche conosciuta allo Staff Casaleggio?
Se si inquadra così questa controversa materia, le risposte sono due. La prima: l’alzata di
scudi sulle «parlamentarie flop», che ieri proveniva da tutti i partiti, non è il tema principale,
anche se viene davvero sollevato da molti militanti. C’è chi, non solo Tavolazzi, anche
attivisti sul sito di Grillo, riassume amaro: «Solo 95mila voti a tre preferenze per votante
significa 32 mila persone che hanno votato, e il bello è che c’erano 1400 candidati... Vuol
dire che ogni candidato è riuscito a farsi votare solo da una trentina di persone». Altro
elemento criticabile è che non sappiamo nulla delle procedure, del metodo, del server,
tutto è stato gestito da tre persone alla Casaleggio; e non pare casuale che gli attivisti più
critici, per esempio Serenella Spalla o Matteo Viscardi (al posto 45 e 17 in Emilia), o Fabio
Alemagna (dodicesimo a Napoli), finiscano molto dietro, con poche possibilità di elezione.
Eppure, guardandola dall’altro lato, cosa si sarebbe scritto se in epocali consultazioni con
milioni di voti fossero usciti ai primi posti degli assurdi umani tipo il candidato di «Contro
ogni sopruso vota Piluso» (per la cronaca, settantunesimo in Emilia, spacciato)? Oppure
se trovassimo in posizione eleggibile Ivan Botticini, un genio, sì, ma del cabaret, il
candidato sardo che ha fatto un video di tre minuti nel quale, travestito da Berlusconi,
ripete pari pari le parole della «discesa in campo», «l’Italia è il Paese che amo...»?
Sarebbe stato materiale per Crozza. Invece il folklore resiste, ma in dosi minime (per
esempio Stefano Vignaroli, già molto amato dai media per il fatto di cuocere uova nella
lavastoviglie, potrebbe essere eletto nel Lazio). Ma la media delle scelte è ispirata a una
maggiore sorveglianza. In questo «partito delle donne», per dire, ce ne sono molte toste
che non sfigureranno affatto, tra l’altro in un Parlamento che ha visto passare gli onorevoli
berlusco-leghisti (nessuno li sfotteva, quelli). Giulia Sarti, la capolista in Emilia, 26 anni,
avvocato, appassionata di lotta alle mafie, è forte, cita «il profumo di libertà di cui parlava
Borsellino, che fa rifiutare il puzzo dell’illegalità», parla serena, è convincente, buca anche
il video. Mara Mucci, trentenne di Imola laureata in informatica, sportiva agonista, dopo
esser stata licenziata per la gravidanza, dice «mi batterò per le donne precarie», e

funziona. Come Fabiana Dadone, di 29 anni, avvocato di Mondovì.
Laura Castelli, capolista a Torino, è un’attivista, non violenta, contro la Tav (il tema domina
tra i piemontesi, per esempio è il cavallo di battaglia anche di Marco Scibona, di
Bussoleno). Silvia Chimenti, piemontese, filologa all’Università di Milano, vorrebbe
occuparsi di fondi alla ricerca. Anche a Roma la prima eletta sarà una donna, ma nata a
Torino (Grillo manda le sabaude nella Capitale, fatto che ha del simbolico), Federica
Daga, 36 anni, assai impegnata nelle battaglie per l’acqua pubblica, «cominciamo a
cambiare i nostri stili di vita per cambiare il mondo». Giulia Grillo, catanese, 37 anni, solo
omonima di Beppe, ha fatto anche lei (prima del leader) la nuotata nello Stretto. È medico
legale, e ha guidato la battaglia dei siciliani contro quattro inceneritori «un affare di molti,
molti soldi che avrebbe compromesso in maniera irreversibile la nostra». La guardi e pensi
che farà il suo. Verranno eletti insegnanti precari (Massimiliano Bernini, viterbese, due
foto, il Capitale e il Quarto stato di Pellizza da Volpedo nel profilo facebook), commesse
disoccupate (per esempio una capolista nel veneziano), ma anche ingegneri specializzati
in geotecnica (Angelo Tofaloi, 31 anni, nato a Salerno), o militanti storici come Roberto
Fico, fondatore del meet up napoletano nel 2005, 38 anni, una specie di sosia di Filippo
Timi.
Il dilemma è chiaro: un movimento davvero orizzontale o uno che, a questo punto, deve
controllare le sue scelte cruciali?


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