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Sepulveda, Saluti professor Galvez

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Salute, professor Gálvez! (Luis Sepulveda) Il prossimo 11 settembre saranno trascorsi venticinque anni dal sanguinoso golpe militare che mise fine all'esemplare democrazia cilena, che assassinò e fece sparire migliaia di donne, uomini e bambini, che picchiò, torturò e condannò all'esilio centinaia di migliaia di cittadini della nazione australe. In occasione dell'anniversario verranno ricordati molti nomi e sarà giustamente ripetuto quello di Salvador Allende, un uomo onesto e coerente fino all'ultimo soffio di vita. Con senso di schifo, si farà il nome dei responsabili diretti del tradimento e di alcuni di quelli che attizzarono con i dollari il fuoco dell'infamia. Più d'uno, parodiando Boris Vian, si chiederà se Henry Kissinger è morto, per andare a sputare sulla sua tomba. Altri semplicemente ricorderanno i sogni felici fatti a pezzi, la giovinezza strappata con il piombo e con il carcere. Quel giorno stapperò una bottiglia di vino cileno e brinderò in ricordo di don Carlos Gálvez, il professor Gálvez, pedagogo della dignità. L'11 settembre 1973, il professor Gálvez insegnava spagnolo in una piccola scuola di campagna vicino a Chillán, nel sud del Cile. Aveva un po' più di sessant'anni, era vedovo, e la sua famiglia era formata da un figlio che studiava all'università di Concepción e dai suoi allievi. Un giorno il figlio, come tante altre migliaia di giovani, fu inghiottito dalla macchina dell'orrore. Per due anni don Carlos Gálvez bussò a tutte le porte, parlò con persone gentili e scontrose, piene di dignità e intimorite, solidali e vittoriose, ricevette insulti, beffe, ma anche parole di consolazione. E non desistette finché non lo ritrovò, in condizioni terribili, ma vivo. Nel 1979 don Carlos Gálvez, «socialista, laico e bevitore di vino rosso», riuscì a far uscire il figlio dal carcere e lo inviò nella Repubblica Federale Tedesca, in esilio come tanti altri, ma vivo. Molti cileni però si vedevano presentare il conto dai postumi della tortura proprio quando riprendevano la vecchia abitudine di vivere. Il figlio di don Carlos fu uno di questi. Morì ad Amburgo nel 1981 e il professor Gálvez, con una piccola valigia, prese un aereo e venne in Europa per assistere al funerale. Lo conobbi al cimitero. Era una fredda mattina di febbraio e gli alberi con i loro rami ghiacciati sembravano un sereno bosco di cristallo. Don Carlos, in piedi davanti alla tomba, lesse una poesia di César Vallejo. Soleva scrivere col suo dito grande nell'aria: «Vviva i compagni!», Vviva con due vu d'avvoltoio nelle viscere, «Vviva i compagni!» Che cosa lascia un esule? Un paio di foto, la zucca del mate, la cannuccia d'argento, qualche libro di Neruda. Don Carlos mise tutto nella sua piccola valigia e pochi giorni dopo intraprese il viaggio di ritorno. Ma all'aeroporto di Santiago, un funzionario gli sputò in faccia che non poteva rientrare nel paese perché le attività sovversive compiute in Germania – si era limitato ad assistere al funerale del suo unico figlio – lo privavano del diritto di vivere in Cile. Don Carlos Gálvez, il professor Gálvez e la sua piccola valigia tornarono ad Amburgo. Nel giro di due o tre mesi parlava il tedesco già abbastanza bene da vendere giornali all'uscita della metropolitana: «L'uomo onesto si guadagna il pane prima di portarselo alla bocca», e nel giro di sei mesi, aiutato dagli emigranti spagnoli del circolo letterario El Butacón, dava lezioni di spagnolo a bambini spagnoli e latinoamericani. A quasi settant'anni, il professor Gálvez faceva da paciere nelle liti fra esiliati, correggeva l'ortografia dei documenti politici e tutte le mattine, allo spuntare dell'alba, passeggiava a lungo nel porto. «C'erano due navi cilene. Ho parlato con i marinai» mi raccontava poi mentre facevamo colazione assieme, come ogni lunedì e venerdì, giorni in cui don Carlos mi restituiva un libro e ne prendeva un altro. Machado, León Felipe, Miguel Hernández, Lorca, Alberti divennero suoi fratelli spirituali. A volte, senza che lui se ne accorgesse, lo osservavo leggere tutto imbacuccato, le mani protette dai guanti, in qualche parco cittadino. All'improvviso chiudeva il libro, se lo stringeva al petto e alzava gli occhi al freddo cielo di Amburgo. Nel 1984 facemmo assieme un viaggio a Madrid, il suo primo e unico viaggio in Spagna, e nel caffè Gijón, seduti davanti a un tavolo che forse un tempo aveva accolto alcuni dei suoi poeti, lo vidi piangere lacrime dure, ribelli, come piangono soltanto i vecchi con una storia alle spalle. Preoccupato, gli chiesi se si sentisse male e con la sua risposta mi insegnò la più assoluta delle verità: «Siamo tornati in patria, capisci? La nostra lingua è la nostra patria». L'inverno del 1985 fu molto duro e don Carlos contrasse una polmonite che lo portò alla tomba Qualche giorno prima che fosse ricoverato all'ospedale di Altona, gli feci visita nel suo appartamentino di uomo solo e lo trovai ebbro di felicità per un bel sogno: «Ho sognato che ero nella mia piccola scuola a insegnare i verbi regolari a un gruppo di bambini molto piccoli. E quando mi sono svegliato, avevo le dita tutte sporche di gesso». A venticinque anni dal crimine che ci ha mutilato la vita, alzo il mio bicchiere e brindo. Salute, don Carlos Gálvez! Salute, professor Gálvez! Vviva i compagni!.

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